“Per l’Europa prevedo un anno di vita, due al massimo”. Queste potrebbero essere le parole di un attore in una tragicommedia sulla crisi attuale. Un senso di frustrazione per le promesse mantenute aleggia ancora.

Nelle epoche buie del Medio Evo, quando la Morte nera devastava l’Europa, imparammo a lavarci meglio le mani. Dai nostri antenati potremmo prendere ispirazione anche su come affrontare meglio la crisi. Il filosofo e storico francese René Girars fa notare che nei periodi di crisi (epidemie di colera e peste, o di instabilità politica), proprio quando la società è soggiogata dal caos e ci si dimentica della legalità, non andiamo a ricercarne le cause ma i colpevoli (innocenti). Il candidato ideale è uno straniero, che riveste il ruolo di capro espiatorio e contribuisce a compattare la società. Le vere cause di un problema, i fatti inoppugnabili, non rivestono un ruolo altrettanto significativo rispetto a ciò in cui la maggioranza decide di credere.

Furono gli ebrei a portare la peste? È stato l’euro a innescare la crisi? O nel bel mezzo del caos ci basta aver conservato in fondo al portafoglio qualche banconota con i volti di Božena Němcová [scrittrice ceca della metà del XIX secolo appartenente al movimento per la rinascita nazionale] e Papa Masaryk [Tomáš Masaryk, fondatore e primo presidente della Cecoslovacchia]? Potremmo essere indotti a credere che in un periodo dominato dalla scienza e dai fatti, i miti appartengano a un’epoca ormai lontana. O forse, più semplicemente, il fatto stesso di ignorarne l’esistenza è il segno del loro più grande trionfo? Inderit Gill, economista capo della Banca mondiale, impegnato ad analizzare il modello economico europeo, parla di cinque miti nei quali saremmo fortemente portati a credere.

In primo luogo, il mito secondo cui l’Europa è in declino è fin troppo facile da accettare: se tuttavia si studia l’evoluzione del suo sviluppo a partire dal 2000, scopriamo che il contributo dell’Ue alla produzione mondiale è rimasto a uno stabile 30 per cento, mentre quello degli Stati Uniti, per esempio, è sceso dal 31 al 23 per cento. Altro indicatore molto utilizzato dagli analisti è il pil, che negli ultimi vent’anni è cresciuto di circa il due per cento annuo. In Europa abbiamo inventato una sorta di “automatismo della convergenza”, dice Gill, e in virtù di questo gli stati più poveri che entrano nell’Unione si rafforzano a livello economico anche grazie al commercio regionali, recuperando terreno rispetto a quelli economicamente più solidi.

In secondo luogo, se le finanze europee sono nelle peggiori condizioni al mondo, chi occupa il primo posto nella graduatoria? I soldi dovrebbero circolare, dai ricchi ai poveri. Questa, secondo gli economisti, sarebbe la situazione ideale, ma in verità siamo di fronte a un fenomeno radicalmente opposto, definito da Gill la “sindrome cinese”.

Altro mito da sfatare è quello secondo cui i governi europei sono troppo “grandi”. Nei paesi europei nei quali il welfare è il modello di riferimento, il governo spende il dieci per cento in più del pil rispetto ai governi che non fanno parte dell’Unione.

Del resto, è un dato di fatto che i paesi sviluppati europei stiano meglio oggi rispetto a qualsiasi altro periodo della loro storia. I francesi, per esempio, lavorano nove anni meno di quanto avvenisse negli anni sessanta e hanno un’aspettativa di vita di sei anni in più. Naturalmente ogni medaglia ha il suo rovescio: come motivare la gente a sostenere il sistema e mantenerlo, senza approfittarsene? La risposta viene forse dal nord: la Scandinavia e il suo modello di governance propongono una possibile soluzione, e in ogni caso dimostrano che un grande governo può funzionare bene e in modo efficiente.

Infine, malgrado tutto ciò, noi europei siamo indotti a pensare di poter mettere da parte tale modello e ricominciare tutto da capo. Non stupisce che davanti a questa prospettiva risulti ancora più difficile trovare l’entusiasmo per andare avanti. Forse, però, potremmo capire che se fuori piove c’è pur sempre un impermeabile da indossare, e qualcuno ha perfino un ombrello.

Il problema principale non è la crisi in sé, quanto ciò che ci ha portati a essa. In molti casi (come nella Germania dell’inizio duemila) abbiamo visto che la crisi può essere superata. Da questo punto di vista la diversità europea offre una gamma di esperienze quanto mai varie sui mezzi migliori per contrastare la crisi. Forse, invece, una volta di più ci si accontenterà di trovare qualche credenza che ci permetta di spiegare questa nuova “peste”.