Nel panorama europeo non mancano i paradossi: le religioni non sono solo in competizione tra di loro, ma si aiutano anche a vicenda – un ebreo sposa la causa del simbolo religioso cristiano, la Bulgaria ortodossa scende in campo a difesa dell'Italia cattolica. La globalizzazione e i confini aperti producono mescolanze conflittuali tra i fedeli delle diverse religioni, i miscredenti e gli atei.

L'infinito dibattito europeo sulla questione islamica, che ha richiamato l'attenzione dell'opinione pubblica attraverso la figura del leader islamofobo olandese Geert Wilders, è la drammatica espressione di una nuova battaglia tra visioni del mondo. A monte c'è una domanda ancora senza risposta: qual è il giusto rapporto tra stato e religione nell'Europa del ventunesimo secolo?

Naturalmente il dibattito sull'islam non è una solo questione di fede. La febbre anti-musulmana è uno dei sintomi più diffusi della paura dell'estraneo nell'Europa di oggi. È una forma di razzismo malcelato, travestito da battaglia di civiltà “illuminata” contro il fanatismo e il "medioevo”.

Tuttavia la religione resta al cuore dello scontro, e gli europei del 2010 non sono abbastanza preparati ad affontare le sfide religiose. Siamo la regione meno credente del mondo, un freddo continente secolarizzato in un pianeta ancora acceso dalle passioni religiose. Il cristianesimo, la religione storica dell'Europa, è finito in una posizione marginale. Gli esempi abbondano: dalla hostess della British Airways licenziata perché non voleva togliersi la catenina con la croce, alla (fallita) costituzione europea, dove anche solo l'idea di menzionare di Dio era esclusa.

Si potrebbe parlare di “analfabetismo religioso”, dell'incapacità di riconoscere nella fede una forza legittima del presente. Così si capisce perché l'Islam scateni in Europa una paura senza pari – una doppia paura, perché è sia religione che straniero.

Improvvisamente, tra tutti i modi possibili di amministrare cielo e terra, la politica anti-religiosa sembra la strada migliore: il laicismo alla francese. Così si può vietare in buona coscienza il velo nelle scuole, e poi naturalmente devono scomparire anche i crocefissi. Il diritto rende tutti uguali, cioè in questo caso: uguale sospetto, uguale controllo, uguale repressione.

Apatia religiosa

Ma così si entra un vicolo cieco. L'obiettivo non può essere l'apatia religiosa: la strada da prendere è quella della molteplicità. Come in campo economico e tecnologico, anche in merito alle concezioni del mondo l'occidente non ha più il monopolio. Non può semplicemente dichiarare a nome di tutti che la fede è morta o superata, ed è meglio tenerla fuori dagli affari terreni.

In fondo anche nella vecchia Europa il laicismo non è la religione di stato. C'è per esempio la serena convivenza tra stato e chiesa in Germania. O la benevola indifferenza britannica per le preferenze confessionali (il poliziotto sikh porta un turbante, so what?), cosa strana per un paese dove la regina è anche il capo della chiesa. C'è poi l'Italia, dove le questioni di fede si trattano all'ombra del Vaticano – il che però porta a un'incredibile rilassatezza culturale: chi è abituato alle sottane dei preti e degli abiti monacali non si lascia certo scioccare da un velo.

Da questi modelli emergono la liberalità e la flessibilità di cui ha bisogno l'Europa per un futuro di pluralismo religioso. Le ragazze musulmane con il velo, che non possono entrare nelle scuole pubbliche francesi, trovano asilo negli istituti privati cattolici, dove gli abiti religiosi non costituiscono un problema. È un'ottima alternativa al laicismo: le diverse fedi si uniscono contro l'ostilità anti-religiosa. Significa anche dire addio all'occidente cristiano, a cui alcuni conservatori continuano a rimanere attaccati.

Non si può negare l'ingresso in Europa alla Turchia perché la sua popolazione è in maggioranza musulmana. Casomai perché ha una mono-cultura religiosa con annessa ideologia di stato. Dove costruire una chiesa è una corsa ad ostacoli, lì si violano i principi europei. Ma anche dove si vietano i minareti.

È vero, la religione è pericolosa, e in suo nome è stato versato fin troppo sangue. Però può essere anche una forza di resistenza contro il dominio indiscusso e le pressioni conformiste di stato e società. Nei paesi musulmani ci si appella all'Islam per invocare giustizia, ad esempio contro il regime dittatoriale egiziano. La politica sa che la sfida con i credenti non può che farle bene – questo è uno degli argomenti per il mantenimento della religione nell'arena pubblica. Che le relazioni esistenti oggi non sono le uniche immaginabili lo ricorda ogni croce in cima a una chiesa in ogni città europea. Potrebbe essere anche la mezza luna di una moschea. (traduzione di Nicola Vincenzoni)