Il principale quotidiano conservatore del paese ha messo alla porta il suo direttore, apparentemente nella speranza di ingraziarsi il nuovo governo. Una rivista culturale ha scelto come nuovo capo la ex di un ministro appena nominato. Il direttore sostituito ha accettato un incarico dal nuovo presidente. La scorsa primavera l’elezione di François Hollande, primo presidente di sinistra in 17 anni, ha provocato un rimescolamento nei ranghi dei mezzi di comunicazione. E una serie di potenziali conflitti di interessi.

Anche le linee editoriali si sono evolute. La maggior parte degli organi d’informazione, che molto spesso tendono a sinistra, erano abituati ad attaccare furiosamente il predecessore di Hollande. Ora però molti giornalisti si ritrovano senza spunti a causa dello stile di governo poco teatrale del nuovo presidente. Hollande, dicono, si è dimostrato terribilmente noioso, specialmente per quelle testate che spesso si occupano del governo come se non esistesse nient’altro e dipendono totalmente dal panorama politico a Parigi.

In Francia la linea di demarcazione tra l’informazione e la politica è spesso indistinta. Da tempo il destino di alcuni giornalisti è legato a doppio filo agli esponenti del governo, che li considerano una risorsa o una grana. I rapporti stretti di Sarkozy con i manager dell’editoria erano considerati uno scandalo, e la sua presidenza è stata spesso criticata per le “relazioni incestuose” con i media.

Durante la campagna elettorale Hollande ha promesso che sarebbe stato un presidente “esemplare”, ma in un paese dove gran parte dell’élite parigina condivide il contesto, la formazione e le serate mondane i legami tradizionali tra politici e giornalisti sono rimasti invriati. Daniel Carton, ex reporter in Francia, accusa i mezzi di comunicazione di non fare abbastanza per sciogliere questi legami. “Sanno esattamente cosa dovrebbero fare per evitare che la situazione gli sfugga di mano, ma non lo fanno”, spiega Carton, un critico feroce dei conflitti d’interesse nel giornalismo francese.

Per decenni i giornali hanno contato sulle sovvenzioni statali per portare avanti la loro attività. I media pubblici, tra cui si possono probabilmente annoverare metà dei canali televisivi e delle emittenti radiofoniche più importanti, sono ancora amministrati da dirigenti nominati dai politici. I mezzi di comunicazione privati sono di proprietà di compagnie e investitori con evidenti tendenze politiche e legami imprenditoriali con lo stato, e questo compromette inevitabilmente l’imparzialità giornalistica.

Probabilmente la vicenda più curiosa dell’ultimo ciclo elettorale è quella di Etienne Mougeotte, la cui carriera come direttore di Le Figaro è cominciata e si è conclusa con la presidenza di Sarkozy, l’uomo politico che ha sempre sostenuto e di cui era probabilmente un intimo consigliere. “Siamo un giornale del centro e della destra, e sosteniamo Nicolas Sarkozy”, ha dichiarato l’anno scorso Mougeotte a Le Monde, quotidiano di centrosinistra. Durante gli anni di Mougeotte Le Figaro è stato spesso accusato (a volte anche dai suoi stessi giornalisti) di essere il portavoce del governo.

Secondo alcune fonti interne al mondo dell’informazione, Hollande ha chiesto l’allentamento di Mougeotte, ottenendolo a luglio. L’editore di Le Figaro, Serge Dassault, è un senatore del partito di Sarkozy, ma è anche un grosso fornitore dell’esercito. Molti sono convinti che la cacciata di Mougeotte sia stata decisa per proteggere gli interessi del gruppo Dassault assecondando un desiderio del presidente.

La rivista Les inRockuptibles ha assunto come nuova direttrice Audrey Pulvar [che ha poi dato le dimissioni il 21 dicembre], personaggio radio-televisivo che è stata anche partner di Arnaud Montebourg, ministro dell’attuale governo ed esponente di primo piano del Partito socialista. Di recente Pulvar ha annunciato la fine della sua relazione con Montebourg, ma altre storie di questo tipo sono ancora in corso. Valérie Trierweiler e François Hollande hanno avviato una relazione sentimentale all’inizio degli anni duemila, quando Trierweiler scriveva articoli su Hollande, allora deputato all’Assemblea nazionale. In autunno la donna ha dovuto rifiutare a malincuore un incarico in un’emittente televisiva, ed è rimasta a lavorare come critico a Paris Match. Pulvar ha sostituito David Kessler, diventato consigliere di Hollande. Un reporter legale della radio Europe 1 è diventato il portavoce del ministero della giustizia. Un giornalista politico di Les Échos, importante quotidiano finanziario, è entrato a far parte dell’ufficio stampa del presidente.

Strato di ipocrisia

Dopo le elezioni anche i media pubblici hanno subìto alcuni cambiamenti. A ottobre Hollande ha nominato un nuovo direttore per le reti televisive e radiofoniche che si occupano di notizie internazionali, Rfi e France 24. Il presidente ha promesso di riformare la legge che gli ha permesso di decidere le nomine, ma soltanto dall’anno prossimo. I direttori di Radio France e France Télévisions, entrambi nominati da Nicolas Sarkozy, saranno probabilmente sostituiti. La legge in vigore, che rende la nomina dei direttori dei media pubblici una prerogativa presidenziale, è stata introdotta da Sarkozy nel 2009. All’epoca i commentatori avevano definito la misura un abuso di potere, e Sarkozy aveva risposto alle critiche sostenendo che l’obiettivo era quello di rimuovere uno strato di “ipocrisia” dal processo di nomina, controllato da un consiglio scelto dal governo.

In Francia i mezzi di comunicazione non sono più organi di propaganda dello stato come accadeva fino agli anni sessanta, ma restano comunque “supervisionati” dal governo, spiega Jean-Marie Charon, sociologo specializzato nei media. Anche le pubblicazioni private sono legate allo stato, almeno dal punto di vista finanziario. L’anno scorso il governo francese ha versato nelle loro casse 1,5 miliardi di dollari di contributi.

Le testate di sinistra, intanto, non riescono a “trovare la giusta distanza” dal governo, spiega Charon. Il giubilo che in primavera ha dominato la copertura politica di Libération, Le Nouvel Observateur e Le Monde ha lasciato spazio all’acrimonia. Quale che sia la scelta di campo dei media francesi, l’uscita di scena di Sarkozy ha lasciato molte pubblicazioni in astinenza da eccitazione.

“Abbiamo avuto cinque anni eccezionali. Avevamo un uomo che era al centro di tutto”, spiega Pierre Haski, co-fondatore del sito Rue89. “All’improvviso siamo passati dal sovraccarico alla penuria”. “Sarkozy faceva bene alle vendite – aggiunge Haski – Hollande invece no”.

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