Come previsto dalla legge, e con implicazioni diverse per il bilancio pubblico che il governo gli ha presentato, il presidente Anibal Cavaco Silva poteva reagire in tre modi diversi. Optando per la soluzione intermedia – che consisteva nel fissare il budget e chiederne poi un esame a posteriori alla Corte costituzionale – il presidente probabilmente non si è reso conto che la sua decisione (nella quale vedeva una sorta di giudizio di re Salomone) avrebbe potuto voler dire: “Fine corsa, si scende!” per il governo di Pedro Passos Coelho. Pena arrivare al deragliamento puro e semplice.

Se la Corte costituzionale dichiarerà anticostituzionali i tre articoli messi in discussione dal presidente della repubblica, l’esecutivo dovrà trovare un altro modo per mettere insieme la cifra di 1,7 miliardi di dollari che si credeva dovesse essere contemplata dai tre provvedimenti. Senza questo pagamento il governo rischierebbe di trovarsi nell’incapacità di rispettare il suo programma, conditio sine qua non per il finanziamento del paese previsto dal memorandum firmato con la troïka composta da Fmi, Bce e Ue. Basta guardare le occhiaie del ministro per convincersi di come è difficile ottenere la concessione delle famose tranche di finanziamenti senza le quali le casse delle finanze portoghesi languono.

È proprio questo il problema. Visto il peso insopportabile del fardello fiscale che grava già sulle spalle dei contribuenti, dato che i provvedimenti presi (a mio giudizio a giusto titolo) per lottare contro l’economia parallela non si tradurranno in risultati immediati né – il che sarebbe stato meglio ancora – con risultati retroattivi, il governo dove può sperare di trovare tale cifra? Purtroppo, la risposta a questa domanda si avvicina a quella che Passos Coelho ha meno voglia di sentirsi dare, lui che si è tanto adoperato per arrivare al potere: il treno arriverà a un punto morto e il governo non troverà altro modo di raccogliere le proprie entrate.

In questa situazione a Pedro non resta altro da fare che andare a trovare sua moglie Laura: questo è il prezzo da pagare per aver svelato particolari intimi nel suo messaggio di Natale (vedi Facebook) – dopo aver presentato le dimissioni a Cavaco Silva, e sbolognandogli anche il compito di risolvere il problema. La soluzione potrà forse arrivare da un impegno più accentuato da parte del presidente, per esempio con la nomina di un governo di iniziativa presidenziale come già fatto a suo tempo dal primo presidente post-dittatura, Ramalho Eanes, o con la convocazione di elezioni anticipate, un modo come un altro per affidare al popolo – che lo voglia o meno – la responsabilità di trovare un rimedio.

Tuttavia, non è sicuro che gli elettori chiamati a esercitare prematuramente il loro diritto di voto si metteranno effettivamente d’accordo alle urne per assegnare la maggioranza a un unico partito, sapendo che l’instabilità di governo non è per forza compatibile con il versamento delle tranche di pagamenti necessari allo stato per far fronte ai propri obblighi. Pedro Passos Coelho quasi certamente non sarà dunque l’unica vittima di questa crisi, perché Cavaco Silva – tanto denigrato per i suoi silenzi – alla fine si è in espresso con un discorso non privo di ambiguità.

Quanto all’opposizione, che vede già profilarsi all’orizzonte la strada verso il potere, ha privilegiato i propri interessi a spese dell’interesse nazionale. Per questo motivo il paese ormai ha capito, con lo sguardo fisso alla realtà greca, che al di là di una condanna della politica dell’attuale governo in gioco c’è niente meno che la fine del modello politico portoghese, o quanto meno del modo tutto portoghese di fare politica.

La persistenza, nei saloni e nei corridoi del potere, di una classe politica mediocre, priva della visione dell’interesse nazionale, unitamente alla penuria di voci dotate di una forza seducente, ha lasciato che il diritto colonizzasse la politica. E per questo il Portogallo non li ringrazierà di certo.