A quattro anni dall’inizio della crisi, l’Europa è tuttora alle prese con un mercato del lavoro depresso. Per ritornare ai livelli di occupazione del 2008 bisogna creare 2,7 milioni di posti di lavoro nella zona euro e 2,8 nell’Unione europea. Nell’insieme dell’Unione, il numero dei disoccupati è aumentato di otto milioni in quattro anni e il tasso di disoccupazione è passato dal 7,1 all’11,8 per cento.

Non tutti i paesi sono colpiti dalla disoccupazione in egual misura. La caduta dell’occupazione è stata vertiginosa nei paesi oggetto della crisi finanziaria o di un eccessivo debito pubblico: dal 2008 Irlanda e Spagna hanno perso un posto di lavoro su sei, la Grecia uno su sette, il Portogallo uno su dieci. Fuori dalla zona euro, i paesi baltici e la Bulgaria hanno pagato anch’essi un pesante tributo alla crisi. Invece Polonia, Belgio, Germania, Austria e Svezia ne escono in condizioni nettamente migliori: sono infatti riusciti a superare – anche se di poco – i livelli occupazionali del 2008. Tra questi due estremi, la Francia si colloca leggermente sotto ai suoi livelli di prima della crisi, secondo i dati di Eurostat.

Come spiegare queste divergenze? A fare la differenza è stata la politica del lavoro attuata dai vari paesi, e non soltanto l’intensità con la quale 2009 la recessione ha colpito. Invece di armonizzare le loro risposte di fronte della crisi, gli stati europei hanno scelto strategie diverse, con risultati più o meno positivi.

In alcuni paesi l’adeguamento dell’occupazione alla crisi che ha colpito il mondo del lavoro è stato totale: a fronte del calo degli ordini, le imprese hanno immediatamente tagliato il personale per mantenere i loro margini di guadagno. Questo, per esempio, è accaduto nel Regno Unito, dove il mercato del lavoro è molto flessibile. In Spagna e in Danimarca il lavoro è calato più drasticamente della domanda rivolta alle aziende, e questo si è tradotto in consistenti aumenti della produttività e in un cospicuo incremento della disoccupazione. Spesso sono i lavoratori precari a fungere da variabile di adeguamento, in quanto il loro contratto non è rinnovato. Di conseguenza i paesi con la maggiore flessibilità del lavoro sono stati anche quelli che hanno visto decollare più rapidamente il loro tasso di disoccupazione.

In altri paesi, invece, l’adeguamento dell’occupazione è stato soltanto parziale. A fronte di un calo della domanda, le aziende hanno preferito ridurre il numero delle ore lavorative o abbassare il salario dei propri dipendenti che licenziarli. Si è adottata questa strategia per lo più in Germania, in Belgio e in Italia, grazie al ricorso intensivo alla semi-disoccupazione. Questo è anche il caso – seppure in misura minore – della Francia: con il calo della produzione i sacrifici sono stati divisi tra tutti i dipendenti delle singole aziende, invece di gravare interamente sui licenziati.

Sono state adottate anche altre politiche: in Austria, per esempio, si è scelto di offrire sussidi fino all’inizio del 2011 ai posti di lavoro poco o affatto qualificati. In realtà, in linea generale sono proprio i mestieri con poche qualifiche ad essere stati sacrificati per primi. Ungheria, Slovacchia, Regno Unito, Finlandia, Svezia, Francia e Spagna hanno sostenuto anch’essi la domanda di lavoro, per favorire l’assunzione dei giovani, dei lavoratori di mezza età o dei lavoratori poco qualificati, ma in modo più contenuto e con risultati inferiori.

Al contrario, è stato in genere limitato il ricorso al lavoro sussidiato e finanziato in gran parte dal potere pubblico. Tra il 2007 e il 2009 il numero di tali interventi è calato del 15 per cento nell’Unione europea. Lo strumento più utilizzato è stato la formazione professionale. Ma al di là di un relativo consenso su quest’ultima, la crisi non è stata l’occasione per armonizzare le politiche sociali in Europa. Alcuni stati restano propensi a lasciar andare le cose, mentre altri intervengono in modo più consistente. Nel 2010 le spese per l’occupazione variavano dallo 0,7 per cento del pil nel Regno Unito al 3,9 per cento in Spagna, passando per il 2,3 per cento della Germania, il 2,5 della Francia, il 3,4 della Danimarca e il 3,8 per cento del Belgio.

In tale ambito l’idea difesa dalla Francia e allo studio della Commissione di instaurare un sistema di assicurazione per la disoccupazione su scala europea assomiglia a un rompicapo. Perché in effetti anche in materia di indennità di disoccupazione regna la cacofonia: le regole sono diverse da un paese all’altro e i sistemi di indennità sono più o meno generosi.

Soglia minima

Anche nel caso in cui un regime europeo di polizza di disoccupazione non arrivasse a prendere il posto dei sistemi nazionali, ma assumesse piuttosto la forma di una prestazione di base offerta da ciascun paese, non sarebbe in ogni caso garantita l’armonizzazione che sotto il piano della copertura e dei requisiti si renderebbe necessaria. Tanto più che a fronte di rigide limitazioni di bilancio, la maggior parte degli stati recentemente ha riformato il proprio sistema di indennità di disoccupazione in modo poco vantaggioso per i disoccupati.

La Danimarca, per esempio, ha ridotto il periodo di indennità nel 2010 portandolo da quattro a tre anni. La Francia ha fatto altrettanto nel 2009, riducendolo da tre a due anni. In Spagna l’importo del sussidio di disoccupazione è stata ridotto del dieci per cento a partire dal settimo mese. In Portogallo il tetto massimo di indennità è stato tagliato, e continua a contrarsi insieme alla durata dei versamenti. Soltanto il Belgio ha aumentato l’importo del sussidio e facilitato l’acceso dei giovani al sistema.

Pare dunque che i paesi europei si stiano incamminando verso una soglia minima sociale. I sistemi di indennità hanno un interesse economico, non soltanto sociale. In mancanza di questo ammortizzatore, infatti, la crisi avrebbe fatto danni anche più gravi: perfino l’Ocse l’ha riconosciuto. Disfare questa rete di sicurezza mentre l’Europa non è ancora uscita dai guai significherebbe rischiare di precipitare ancor più a fondo nel marasma economico.