In questi giorni a Dublino i nervi sono a fior di pelle. Prima di tutto il premier Brian Cowen ha dichiarato in un'intervista di non capire il senso delle misure di risparmio imposte da Bruxelles. E sono cresciuti i dubbi sulle sue capacità di gestire la crisi. Poi nei mercati finanziari hanno iniziato a circolare voci sull'insolvenza dell'Irlanda. Insomma, si prospetta una pericolosa combinazione di crisi politica ed economica.

Ora che gli investitori si sono coraggiosamente lanciati su un'asta pubblica di titoli di stato, il governo ha almeno un po' di respiro. Ma Dublino deve pagare salate sanzioni. C'è chi dice che Cowen, messo sotto pressione dal partito conservatore Fianna-Fail, potrebbe dare le dimissioni, e nel frattempo si diffonde il timore di una bancarotta irlandese. La situazione finanziaria incerta del paese mette a rischio tutta la zona euro. L'Irlanda potrebbe essere la nuova Grecia. E finirebbe così col compromettere la ripresa appena iniziata.

Il ministro dell'economia Brian Lenihan, già indicato come successore di Cowen, combatte una battaglia persa per la reputazione del paese. Nella comunità internazionale i motti di spirito e i commenti ironici sulla repubblica verde si trattengono a stento. Ma per Cowen il colpo più duro è che sia proprio Patrick Honohan, il direttore della Banca centrale irlandese, a mettere in guardia sul probabile fallimento delle misure di risparmio e sull'incapacità del paese di rispettare gli impegni con l'Ue. Il tentativo del premier di stabilizzare le finanze irlandesi rischia di rivelarsi un buco nell'acqua.

Ancora non è chiaro quanto costerà allo stato il salvataggio delle banche – prima tra tutte la Anglo Irish Bank, che in ogni caso dovrebbe solo essere liquidata. La banca, che ha giocato con la speculazione immobiliare, ha un buco di un miliardo di euro. L'Irlanda ha già messo a disposizione il 20 per cento della sua ricchezza in aiuti e garanzie per il settore finanziario. Nel frattempo l'anno scorso il debito pubblico è salito al 14,3 per cento del pil – un triste record nell'eurozona. E anche quest'anno il deficit supererà ampiamente il limite europeo del 3 per cento.

La tigre era malata

All'origine della disgrazia ci sono i colossali investimenti sbagliati delle banche irlandesi nel mercato immobiliare. In un paese con 4,5 milioni di abitanti, migliaia di appartamenti rimangono vuoti. I proprietari di case soffrono un pesante indebitamento, che arriva in media al 175 per cento del reddito disponibile per famiglia. Peggio che negli Stati Uniti, dove il dato si è fermato al 145 per cento.

I problemi non hanno tutti origine interna, però. Il modello di crescita irlandese, basato su un mercato capitalistico sempre più de-regolamentato e caratterizzato da tasse bassissime per banche ed imprese, è stato per anni sostenuto da Bruxelles. I miliardi di sovvenzioni sono serviti a lungo a coprire le frizioni tra la Dublino del miracolo economico e le aree rurali rimaste povere. La “tigre celtica” incubava un virus: il suo nome è "crescita a ogni costo". Poi la crisi internazionale ha fatto crollare di colpo il progetto irlandese.

Ora Bruxelles e i partner europei hanno il dito puntato. Gli irlandesi devono rimboccarsi le maniche e risparmiare il più possibile. In verità il problema dell'Irlanda è un problema europeo. Va ben oltre il rigore amministrativo e la tenuta del patto di stabilità. L'Europa si è lasciata sfuggire l'occasione di sviluppare un modello di crescita intelligente per i suoi paesi periferici. Questo avrebbe dovuto includere almeno un sistema fiscale unitario per le imprese e la fine delle sovvenzioni a pioggia. Altrimenti si creano solo castelli di sabbia, che crollano al primo soffio di crisi. (traduzione di Nicola Vincenzoni)