Nel 2014 il Regno Unito e altri paesi europei apriranno i rispettivi mercati del lavoro alla Bulgaria e alla Romania, dopo la scadenza delle restrizioni temporanee imposte quando entrarono a far parte dell’Unione Europea. I governi hanno chiaramente detto di non poter fare nulla per fermare i migranti: dopo tutto, anche la campagna pubblicitaria volta a convincerli che il Regno Unito non è proprio un posto fantastico è stata accantonata.

Adesso la questione non è tanto capire come fermare altri arrivi di migranti, ma se stiamo facendo il possibile per prepararci al loro arrivo. Da questo punto di vista, la risposta è clamorosamente negativa. È estremamente difficile fare stime attendibili della portata reale delle conseguenze, ma l’ultima volta che l’istituto nazionale di ricerche economiche e sociali ci ha provato per conto del governo la mancanza di determinazione e fermezza è apparsa lampante e più incredibile che mai.

Gli autori dello studio sono giunti alla conclusione che “il Regno Unito non è una meta preferenziale” per bulgari e romeni, ma le cose potrebbero cambiare. Dietro le cifre nude e crude, il significato dello studio è che secondo le previsioni di Migration Watch UK arriveranno molto meno di 50mila migranti l’anno, e pertanto non c’è motivo di preoccuparsi.

In realtà questa è pura compiacenza. Pericolosa per di più. Se il numero dei migranti in arrivo è ignoto, sarà meglio essere preparati al peggio. E la preparazione alle conseguenze della migrazione è decisamente fallimentare. Per esempio il baby boom innescato dai nuovi arrivi ha portato a un’enorme pressione sugli istituti scolastici: l’Inghilterra avrà bisogno di oltre 400 nuove scuole elementari all’anno in più solo per far fronte all’immigrazione, anche se il numero dei visitatori provenienti da Sofia o da Bucarest non dovesse aumentare di una singola unità.

Lo stesso vale per i servizi pubblici in genere. In un articolo pubblicato dal Telegraph, Frank Field e Nicholas Soames hanno fatto notare che anche nel caso in cui riuscissimo a ridurre in qualche modo l’immigrazione netta a 40mila unità l’anno – il che porterà in ogni caso la popolazione a 70 milioni di persone entro il 2030 – avremo comunque bisogno di erigere l’equivalente di altre “Birmingham, Manchester, Liverpool, Bradford, Leeds, Sheffield, Glasgow, Bristol e Oxford” solo per offrire gli spazi necessari ai nuovi arrivati.

Il problema è così urgente, sostengono gli autori della ricerca, che l’Ue potrebbe dover sospendere la libera circolazione dei lavoratori durante i periodi di alta disoccupazione. Al momento le possibilità che ciò accada sono pochissime. Pertanto i politici – di entrambi gli schieramenti della Camera dei Comuni – devono atteggiarsi meno e pianificare di più. Devono escogitare non solo come ridurre l’immigrazione, ma anche come garantire che i servizi pubblici a livello locale e nazionale restino in grado di gestire gli effetti dell’inesorabile crescita della popolazione nella nostra isola sempre più affollata.