Capita di rado che i leader dell’Ue siano unanimi come al summit sull’evasione fiscale. Non si deve lasciare alcun margine di manovra a chi evade, hanno dichiarato. È inaccettabile continuare a dare addosso ai contribuenti onesti con misure di austerity e piani di salvataggio mentre un pugno di irresponsabili si sottrae ai propri obblighi fiscali mantenendo l’anonimato o raggirando le autorità con società fantasma e altri espedienti.

Ecco quindi il piano per il contrattacco: trasparenza sui dati bancari e chiusura dei paradisi fiscali. Ed ecco susseguirsi varie spacconate, per la precisione per bocca del cancelliere austriaco Werner Faymann e della cancelliera Angela Merkel, già in pre-campagna elettorale. Anche il premier britannico David Cameron ha ribadito che il suo paese ha intenzione di bonificare i paradisi fiscali. Sì, proprio Cameron.

Chi oserebbe opporsi a così nobili intenti? Nessuno che abbia un po’ di buonsenso. Nessuno che abbia a cuore la collettività. Ma la cosa più importante è capire se i leader europei, che hanno passato meno di due ore a discutere della faccenda, siano affidabili. In che misura le loro belle parole si allontanano dalla realtà?

La risposta è semplice: sono poco attendibili. Le loro iniziative ormai sono poco più di un elenco di cantieri e di progetti di legge che si trovano già sul tavolo delle trattative (in alcuni casi da anni), impreziositi da formule come “i paradisi fiscali devono essere soppressi”. Viene da ridere quando i capi di governo ingiungono ai loro ministri delle finanze di adottare entro il mese di luglio una legge europea contro le frodi sull’iva che hanno loro stessi abbandonato soltanto una settimana prima.

Fanno sorridere anche le dichiarazioni del primo ministro dell’Irlanda, che occupa la presidenza a turno dell’Ue, secondo cui il suo paese non concede alcun vantaggio fiscale alle grandi aziende. Che dire di Apple, allora?

Neppure l’Austria è esente da questa ipocrisia fiscale, dato che il suo cancelliere ripete di volere l’introduzione immediata di un sistema di scambio automatico delle informazioni bancarie. Il suo discorso non regge alla prova dei fatti. Se volesse, il governo potrebbe decidere immediatamente di rinunciare alla deroga della direttiva europea sullo scambio automatico delle informazioni. Avrebbe già potuto farlo da tempo. Ma qualcuno ha visto o sentito parlare di una proposta in questo senso? Certo che no. Perché? Perché invece che alla trasparenza fiscale il governo ha dato la priorità a un accordo fiscale con Svizzera e Liechtenstein. Del resto ciò è perfettamente comprensibile: secondo le stime, tra quest’anno e l’anno prossimo tali intese porteranno nelle casse dello stato più o meno 1,5 miliardi di euro.