Dobric è passata alla resistenza: i circa centomila abitanti di questa cittadina nel nordest della Bulgaria chiedono l’immediata interruzione delle esplorazioni dei giacimenti di gas di scisto nella vicina Romania. Sono appena 40 i chilometri che separano Dobric dalla frontiera, e la zona interessata dalle esplorazioni pianificate dal colosso energetico americano Chevron è più lontana ancora. Ma tale distanza non tranquillizza affatto gli abitanti di Dobric, che hanno dichiarato guerra alle compagnie energetiche che distruggono la regione della Dobrugia.

Il pericolo rappresentato dalla fratturazione idraulica, un metodo molto controverso di sfruttamento dei giacimenti di gas, è serio. A Dobric sono infatti convinti che le enormi quantità di acqua e sabbia mescolate a varie sostanze chimiche, iniettate sottoterra in profondità per drenare il gas di scisto, stiano per contaminare l’intera regione. La Chevron prevede di esplorare una superficie di 1.800 chilometri quadrati a colpi di esplosioni sotterranee.

A Dobric, diventata da oltre un anno e mezzo l’epicentro della contestazione, conoscono bene il potere delle manifestazioni di piazza. Grazie alle pressioni degli oppositori, appoggiati da un movimento ecologista ben organizzato, il Parlamento bulgaro nel gennaio 2012 aveva introdotto una moratoria sulla fratturazione idraulica. La Bulgaria è così diventata il secondo paese europeo dopo la Francia a vietare l’estrazione del gas di scisto.

I movimenti di protesta, come quello di Dobric, si ispirano in buona parte alle lotte negli Stati Uniti, dove la battaglia contro l’estrazione del gas di scisto è particolarmente agguerrita. Gli oppositori bulgari e i loro omologhi europei condividono le stesse argomentazioni e hanno lo stesso punto di riferimento: il regista John Fox. Chi ha visto il suo documentario Gasland ha molte più probabilità di diventare un nemico acerrimo dell’estrazione del gas di scisto. Fox ha percorso in lungo e in largo vari stati americani, raccogliendo molteplici testimonianze sull’aumento dell’insorgenza di malattie, soprattutto casi di tumore, e sull’inquinamento dei pozzi d’acqua, dai quali sgorga ormai soltanto una fanghiglia scura e maleodorante.

Nelle scene più famose del suo documentario l’acqua che esce dal rubinetto prende fuoco se le si accosta la fiamma di un accendino. Il film ha provocato molto scalpore in tutto il mondo, ed è valso a Fox un Emmy Award e una nomination agli Oscar. Nel frattempo, tre giornalisti – due irlandesi e un polacco – hanno realizzato una contro-inchiesta sulle tesi allarmiste di Fox. Il loro documentario si intitola FrackNation ed è stata finanziata da donazioni pubbliche raccolte tramite il sito Kickstart.Oltre tremila persone hanno partecipato alla produzione versando in media alcune decine di dollari. Gli autori di FrackNation non nascondono il proprio intento: dimostrare che il gas di scisto è una fonte energetica sicura. Prima di tutto occorreva mettere in luce i punti deboli di Gasland e ne hanno individuati molti, evidenziando le menzogne di Fox. Malgrado ciò l’impatto di FrackNation è stato scarso rispetto all’eco planetaria di Gasland.

In Bulgaria prima del 2012 il governo non vedeva alcun rischio nell’estrazione del gas di scisto. Numerose compagnie energetiche, in maggioranza americane, si erano molto interessate ai giacimenti bulgari stimati in oltre 500 miliardi di metri cubi. Se le trivellazioni fossero iniziate, la Bulgaria sarebbe in grado di ridurre la propria dipendenza energetica nei confronti della Russia. Invece, i suoi rapporti di dipendenza energetica dalla Russia saranno indubbiamente ancora maggiori quando nei prossimi anni sarà inaugurato il gasdotto South Stream che attraverserà il territorio bulgaro.

In Bulgaria agli ecologisti che da sempre si oppongono all’estrazione del gas di scisto si sono uniti alcuni politici e rappresentanti del potente settore nucleare favorevoli alla costruzione, con la collaborazione delle aziende russe, della terza centrale nucleare del paese. Sotto la pressione di questa potente lobby lo scetticismo dei politici di ogni schieramento è diventato ormai diffuso, mentre gli ultimi sostenitori del gas di scisto continuano a denunciare ingerenze straniere, per lo più da parte della Russia, nella manipolazione dell’opinione pubblica bulgara, senza tuttavia mettere a disposizione prove tangibili.

Il gas di scisto genera preoccupazione perché il suo sfruttamento cambierebbe completamente il panorama energetico dell’Europa. Gli addetti ai lavori delle industrie del settore energetico nucleare della Repubblica Ceca e dell’Ungheria lo considerano negativamente, perché a loro sta a cuore lo sviluppo delle centrali nucleari e sperano di trovare nuovi clienti per l’energia elettrica che vi producono. Vorrebbero venderla bene, soprattutto alla Germania che secondo i piani di Angela Merkel dovrà dire addio alle proprie centrali entro il 2020.

Il bilancio energetico tedesco dovrebbe restare in pareggio grazie alla combustione del carbone, più vantaggiosa che in passato, e allo sviluppo accelerato di fonti di energia rinnovabile. Ancora si ignora se il piano tedesco, che punta a ridurre le emissioni di CO2 dell’80 per cento rispetto al 1990, sarà un successo. Non è escluso che in futuro “verde” possa diventare sinonimo di “costoso”, e dunque nocivo alla competitività dell’economia tedesca. Gli economisti suggeriscono dunque al governo di prendere in considerazione la produttività dei giacimenti di gas di scisto.

La Russia trema

In Germania l’utilizzo di questo gas potrebbe seriamente compromettere il progetto degli ecologisti. La posta in gioco non è soltanto la produzione di energia, ma soprattutto la vendita di altre tecnologie per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili come il vento, l’acqua, l’energia solare e le biomasse. Se in Europa, e specificatamente in Polonia, sta vedendo finalmente la luce un’alternativa energetica poco costosa, le aziende tedesche dovranno cercare i loro clienti altrove e non più in Europa. Quanto alla Francia, la più agguerrita oppositrice dello sfruttamento del gas di scisto in Europa, la sua industria nucleare influenza fortemente le sue motivazioni, per altro simili a quelle della Polonia.

Per il momento anche la Lituania ha sospeso l’esplorazione dei suoi giacimenti di gas di scisto, adducendo motivazioni di ordine ambientale. Comprano il loro gas dalla Russia a un prezzo superiore del 40 per cento a quello pagato dai tedeschi. La Lituania sogna dunque l’indipendenza energetica e i giacimenti di gas di scisto, contenenti sufficienti quantitativi da soddisfare il fabbisogno interno per un decennio, potrebbero consentirglielo. Non è dunque un caso se Günther Oettinger, commissario europeo per le questioni energetiche, ha scelto proprio Vilnius per fare il 10 maggio scorso un’importante dichiarazione: il gas di scisto può rappresentare un mezzo per l’Ue per negoziare con Gazprom, il più grande produttore al mondo di gas tradizionale e fornitore in regime di monopolio in numerosi paesi dell’Ue, da un punto di forza notevolmente maggiore.

Ed è proprio nel timore di perdere una posizione privilegiata nell’esportazione di gas verso l’Europa che la Russia sta organizzando una vera e propria campagna contro lo scisto in tutta Europa. I rappresentanti dei colossi petroliferi russi Gazprom e Lukoil in particolare affermano: “Quando gli europei si accorgeranno di quanto è pericolosa per l’ambiente l’estrazione del gas di scisto, non la praticheranno di certo in tutta Europa”. Inoltre “non si ha notizia di alcuna regione al mondo nella quale lo sfruttamento del gas di scisto si è rivelato redditizio”.

A livello ufficiale Gazprom non si oppone il gas di scisto, ma la portata dell’operazione mediatica avviata per contrastarne lo sfruttamento in realtà lascia intuire che il colosso russo lo consideri la principale minaccia ai suoi interessi.