Immigrazione: La Svizzera si chiude fuori

10 giugno 2013 – El País (Madrid)

Il 9 giugno gli svizzeri hanno votato per restringere le norme sul diritto d’asilo. La paura dell’immigrazione potrebbe portare ad altre decisioni simili, privando il paese della manodopera necessaria.

Sono le sette di mattina di un giovedì qualsiasi. A bordo di un treno che collega Zurigo, centro finanziario della Svizzera, e Berna, la capitale, non c’è nemmeno un posto libero nelle vetture di prima classe. Da qualsiasi altra parte, questo treno sarebbe pieno, ma non così. La Svizzera costituisce sempre l’eccezione alla regola. In questa isola di benessere europeo, i treni stracarichi e gli ingorghi stradali che paralizzano alcune strade sono diventati per i cittadini il segno evidente che qualcosa non va. Che le maglie del welfare sono sul punto di cedere. In altre parole, si ha la sensazione concreta che questo piccolo paese non abbia abbastanza spazio per accogliere tutti e che sia arrivato davvero il momento di mettere un po’ di ordine alle frontiere. Si sente parlare di questo per strada, ma se ne parla anche nelle alte sfere del governo, dove si fa strada un’agenda politica sulla quale l’estrema destra insiste ormai da anni.

Il 9 giugno, tramite un referendum, gli svizzeri si sono pronunciati con ampio margine a favore di un inasprimento della legge sull’asilo. Rispetto agli altri stati dell’Ue, il paese è stato particolarmente generoso per ciò che concerne l’accoglienza ai rifugiati politici. Il referendum è solo un granello di sabbia in confronto alle misure che la classe politica sta cercando di varare per rispondere alle preoccupazioni della cittadinanza. Il provvedimento più radicale e che irrita maggiormente Bruxelles resta l’applicazione della clausola di salvaguardia, in virtù della quale la Svizzera può accorciare i permessi di lungo soggiorno ai lavoratori dell’Unione europea, tra i quali gli spagnoli. Nel corso dei prossimi 18 mesi saranno indetti fino a tre referendum per decidere se gli stranieri potranno o meno varcare la frontiera elvetica, contribuendo a ridefinire l’identità di un paese all’interno del quale gli immigrati (il 23 per cento della popolazione, per lo più europei e in maggioranza tedeschi) sono da sempre il motore dell’economia locale.

La suddetta clausola di salvaguardia è più che altro una misura simbolica, che interesserà appena tremila persone che potranno in ogni caso chiedere un permesso di soggiorno breve, fino a che non scadrà nel 2014 questa restrizione. L’idea, come ammettono i politici, era tranquillizzare la popolazione e dimostrare che sono capaci di prendere in mano le redini del destino del paese quando serve. In altri termini sono capaci di varare misure per controllante l’andirivieni dei lavoratori, e nel caso opporsi anche a Bruxelles.

Le difficoltà finanziarie degli stati Ue hanno contribuito a esacerbare le paure. La tempesta che imperversa nel resto d’Europa non sfiora la Svizzera, dove l’economia va bene (dalle previsioni ci si aspetta una crescita dell’1,2 per cento), dove la disoccupazione è pressoché inesistente (3 per cento circa), dove l’esercizio della democrazia diretta garantisce una stabilità politica invidiabile. La società svizzera ha paura delle orde di lavoratori stranieri più o meno qualificati. Teme che vadano a guastarle la festa. Se i rispettivi paesi non stanno bene economicamente, vorranno per forza entrare in Svizzera, pensano. E parlando con la popolazione se ne ha la conferma. Nelle grandi città svizzere si parlano varie lingue, tra cui lo spagnolo parlato da Juan Crevillén. Questo giovane architetto lavora in uno studio di Zurigo da due anni, guadagna circa tremila euro netti al mese, ma ci tiene a dire a chi vorrebbe immigrare che la vita qui è molto più cara che altrove.

I datori di lavoro svizzeri sono contrari alle restrizioni sul diritto di ingresso: secondo gli imprenditori più competenze sono disponibili e meglio è. Secondo Thomas Daum, direttore dell’Union patronale suisse (Ups), il 2014 sarà un anno decisivo perché le varie consultazioni referendarie ridefiniranno l’identità del paese. Egli ritiene che il peggio debba ancora arrivare e che l’applicazione della clausola di salvaguardia è solo il minore dei mali. “Durerà un anno appena. Ma resta il grande interrogativo: che succederà dopo i voti contro l’immigrazione? Il nostro mercato del lavoro non è piccolo, ma non basta certo a far girare la nostra economia”, dice Thomas Daum. Senza gli operai stranieri, le grandi società farmaceutiche, il settore bancario e i costruttori automobilistici – i pilastri dell’economia – non potranno più funzionare. È semplice.

Falsi problemi

Le argomentazioni addotte da coloro che invece vogliono limitare l’afflusso dei lavoratori stranieri possono essere smontate facilmente. I treni non sono pieni perché ci sono più persone, ma perché il servizio è migliorato. L’idea secondo la quale la presenza degli stranieri favorisce il dumping sociale – vale a dire il peggioramento delle condizioni dei lavoratori – è negata dai datori di lavoro e secondo i sindacati può essere risolta con più controli. Quanto all’aumento della criminalità – gli svizzeri non lasciano più la porta di casa aperta come in passato – forse c’è davvero. E tuttavia è proprio nelle zone rurali, dove non esistono stupri e aggressioni, che divampa l’allarme sui pericoli rappresentati dagli stranieri. Un’altra prova che le impressioni sono molto più potenti della realtà.

L’estrema destra populista infatti prevale proprio lontano dalle città, predomina in parlamento e da tempo ormai mantiene al primo posto all’ordine del giorno in Svizzera il dibattito sull’immigrazione – come pure quello sulla fine del segreto bancario.

Certo, la popolazione svizzera aumenta di svariate decine di migliaia di unità all’anno, in un paese che conta appena poco più di otto milioni di abitanti e le cui infrastrutture non sono state adattate all’aumento della popolazione. “Abbiamo assistito a una considerevole espansione dei polmoni economici del paese, che non è stata accompagnata da alcuna politica degli alloggi. Questo ha provocato un aumento del prezzo delle case imputato all’arrivo degli stranieri”, dicee Cesla Amarelle, deputata socialista che insegna diritto migratorio all’Università di Neuchâtel. Sul treno che ritorna a Zurigo ci sono alcuni posti vuoti. Non è ancora l’ora di punta.

Traduzione di Anna Bissanti

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