Il successo di Vieni via con me, oltre il 30 per cento di share, è un fenomeno che oltrepassa i normali canoni della televisione. Come scrive Carlo Freccero su L'Espresso, "per fare il trenta per cento ci vuole l'evento, e l'evento si realizza quando un programma cattura lo spirito del tempo e risponde ad una esigenza del paese".

E per un paese in profonda crisi d'identità, dove il crepuscolo del berlusconismo porta con sé incertezza e confusione, la formula semplice del programma di Fazio e Saviano, basata sugli elenchi di cose da buttare e salvare, è proprio quello che ci voleva.

Secondo Freccero a Vieni via con me non mancano i difetti: "sconfina nella retorica, sfonda porte aperte, ripete fatti noti [...]. Lo sguardo verso l'attualità non apporta nessun elemento di novità. Non c'è l'inchiesta dalle conseguenze clamorose. Non c'è l'approfondimento filosofico dei temi morali. L'attualità è ridotta ad elenchi, filastrocche, una sorta di Mantra ripetitivo, formalizzato ed organizzato come un ritornello. Ci sono cose profonde, comiche, superficiali, gravi, assurde. L'elenco ne omogenea l'impatto sul pubblico. Trasforma l'informazione in liturgia".

Eppure "la forza di penetrazione di "Vieni via con me" sta proprio in questa apparente banalità e ripetitività. [...] Una liturgia non può essere nuova. Una liturgia ha bisogno di preghiere. E gli eventi funzionano con la cadenza rassicurante del rosario, con la forza della ripetizione. Per partire o ripartire si fa appello al mito. E un mito non può mai essere nuovo, originale, d'avanguardia".