La lettura dell'ultimo rapporto sul progresso dei negoziati sull'adesione della Turchia all'Ue permette di sfuggire all'estremizzazione che caratterizza oggi la la società turca. In effetti questo testo misura la strada fatta dal nostro paese. E quando si legge in questo rapporto che "le fosse comuni scoperte nell'est non sono state oggetto di indagini approfondite", non possiamo che essere contenti della fine dell'incubo che abbiamo vissuto negli anni novanta [nella regione orientale a maggioranza curda]. Un'epoca in cui ogni giorno delle persone venivano uccise e i loro corpi gettati per strada.

Quando la Commissione europea si rallegra che le "manifestazioni in Turchia che celebrano l'anniversario del genocidio armeno [il 24 aprile] hanno potuto svolgersi pacificamente e senza ostacoli", ci si ricorda ancora che non molto tempo fa, nel 2005, un convegno universitario sulla questione armena a Istanbul aveva provocato forti tensioni.

Le problematiche affrontate in questo rapporto non sono più le stesse di dieci o venti anni fa. Così nel capitolo del rapporto relativo alla tortura si parla dell'uso eccessivo della forza e dei gas lacrimogeni e non più del ricorso sistematico alla tortura. Ovviamente nello scrivere questo non voglio affatto minimizzare i problemi che rimangono ancora oggi in questo campo.

Così – e questo non figura nel rapporto della Commissione europea – le organizzazioni di difesa dei diritti dell'uomo hanno evocato numerosi casi di violenza sessuale nei confronti di ragazze portate nei commissariati durante gli scontri al parco Gezi, in cui sono morti sei ragazzi.

Del resto Gezi ha avuto grande risalto in questo rapporto, che in 14 occasioni cita "le manifestazioni di Gezi". Ricordando l'uso eccessivo della forza da parte della polizia, le limitazioni alla libertà di espressione imposte alle reti sociali e gli avvertimenti dell'Autorità dei media turchi alle reti televisive che diffondevano immagini delle manifestazioni di piazza Taksim, il rapporto della Commissione ritorna su quello che successo intorno al parco.

La Commissione evoca inoltre l'autocensura dei media e il licenziamento o le dimissioni forzate dei giornalisti che avevano criticato il governo per la gestione di questa crisi. La speranza è che il governo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) legga questo rapporto con serenità e che lo induca a fare un po' di autocritica.

Né democrazia né regime

Questo rapporto mette in evidenza anche quello che da 20 o 30 anni non è cambiato nel nostro paese

Questo rapporto mette in evidenza anche quello che da 20 o 30 anni non è cambiato nel nostro paese. In particolare per quanto riguarda le comunità non musulmane [armeni, greci, ebrei] che, come ricorda la Commissione, non godono ancora di una personalità giuridica, il che impedisce loro di possedere proprietà, di raccogliere fondi o di assumere dei religiosi che non hanno nazionalità turca.

L'impossibilità per il patriarca ortodosso di Costantinopoli di utilizzare il suo titolo di "ecumenico" e il rifiuto di permettere l'apertura dell'istituto di teologia ortodossa di Halki [chiuso dal 1971] sono altri esempi di quello che non cambia in Turchia.

Nel rapporto della Commissione sono evidenziate anche le mancanze del sistema giudiziario turco sui poteri a disposizione dei pubblici ministeri, sull'assenza di una corte d'appello o sull'accesso molto limitato della difesa agli atti. Ma il rapporto parla anche di alcuni progressi in questo campo e in particolare dell'importante diminuzione del numero di persone incarcerate.

Questo rapporto crea quindi un quadro favorevole per chi vuole farsi un'idea più equilibrata della Turchia senza cadere nelle estremizzazioni di chi parla del nostro paese come di una "democrazia avanzata" o di un "regime fascista". Una radicalizzazione che impedisce qualunque analisi. Bisogna quindi sperare che nei prossimi giorni il rapporto possa essere oggetto di un dibattito sereno nella società turca.