L’intercettazione delle comunicazioni, delle ricerche su internet e degli acquisti online ha costituito la fonte principale della raccolta di informazioni americane, e più in generale di quelle della maggior parte delle grandi potenze mondiali. Questo flusso è cresciuto all'infinito, in correlazione con la curva esponenziale delle vendite di telefoni cellulari, smartphone, computer, tablet, con altrettanti protocolli interconnessi che favoriscono la creazione esponenziale di dati, dando luogo a volumi smisurati che ormai si indicano col termine “Big Data”.

Le rivelazioni continue legate allo scandalo Prism non mettono in luce tanto il fatto che l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) americana abbia intercettato ovunque le comunicazioni (di questo ne eravamo al corrente almeno dalla scoperta della rete Echelon alla fine degli anni novanta), quanto l’enormità delle informazioni raccolte secondo dimensioni e modalità che non soltanto sfidano spesso la legalità, ma oltretutto per certi aspetti vanno ben oltre la nostra comprensione.

Se una coscienza eterogenea nei confronti di queste pratiche fino a questo momento si manifestava sotto diverse forme per opera di cittadini e associazioni, senza incontrare riscontro alcuno all’altezza della posta in gioco, oggi le informazioni rivelate da Edward Snowden e rilanciate da Glenn Greenwald si potrebbero considerare decisive ai fini di una svolta storica: quella del risveglio della coscienza globale, decisa a confrontarsi attivamente con l’imperiosa necessità di inquadrare le pratiche di raccolta, di conservazione e di utilizzo delle informazioni personali.

Il primo segnale evidente rinvia alla volontà espressa dal Brasile, per iniziativa della sua presidente Dilma Rousseff (in seguito a queste rivelazioni), in associazione con altri paesi emergenti e Brics, di modificare le regole della gestione di internet, per ora per lo più in mano a una ben nota azienda americana. Tale progetto sarà sicuramente oggetto di accese discussioni politiche nei mesi a venire.

Non è affatto detto che un sistema che coinvolga Cina, Russia o altri paesi dai regimi più o meno liberticidi all’interno di un’istanza di regolamentazione in apparenza multipolare guadagnerebbe in trasparenza. Si può scommettere senza molti rischi sull’effetto opposto. Da questo punto di vista, l’asilo di Edward Snowden in Russia rientra chiaramente in un’iniziativa che mira a individuare apertamente nuovi rapporti di forza nel complesso geopolitico di internet e dei dati, invece che la preoccupazione di inquadrare correttamente le prassi delle agenzie d’intelligence.

Innovazione etica

Spetta all’Unione europea giocare un ruolo determinante nella governance di internet e nella protezione della privacy

A mio avviso spetta all’Unione europea giocare un ruolo determinante nella governance di internet e nella protezione della privacy. Se il progetto definito nel 2000 a Lisbona di fare dell’Europa la “prima potenza economica della conoscenza” è fallito per molteplici ragioni, forse ora alla nostra vecchia Europa spetta il compito di gettare le premesse per un futuro web 3.0, tale da offrire un “ambiente digitale responsabile e condiviso”, fondato sulla capacità accordata a ciascuno di gestire le informazioni che rischiano di essere raccolte tramite il suo stesso utilizzo.

Spetta ancora all’Europa stabilire i limiti, non come reazione disincantata nei confronti di una parte del suo ritardo tecnologico, ma nel nome della sua “maturità democratica”. Parlo di limiti che necessiterebbero di clausole di consenso sottomesse agli utenti, che si riducano a un numero ristretto di articoli e di postille, in modo che l’accordo entri in vigore con completa cognizione di causa. Parlo di regolamenti che favoriscano inoltre la diffusione della prassi dell’opt-in a discapito dell’opt-out, ovvero non dover più subire alcune opzioni per default, ma sceglierle invece di proposito, in modo intenzionale, in particolare quelle relative alla vendita delle informazioni a terzi.

E, infine, spetta all’Europa impegnarsi nell’adozione di politiche pubbliche destinate a sostenere una “innovazione etica” che favorisca l’elaborazione di nuovi modelli industriali che non puntino a monetizzare all’infinito la memorizzazione dei nostri comportamenti.

L’open data, ovvero la messa a disposizione delle informazioni pubbliche destinate a essere sfruttate in vista di una infinità di servizi, dev’essere il laboratorio attivo di un’economia europea digitale fondata su tre capisaldi: un rispetto rigoroso della legalità, il coinvolgimento responsabile del potere pubblico e la libera impresa che ha a cuore l’inviolabilità dell’integrità personale. Per di più, questa prospettiva ha maggiori probabilità di essere ripresa anche altrove, e contribuisce a fondare un’altra “ecologia globale”, consapevole tanto degli effetti sfavorevoli o di “riscaldamenti” indotti da troppi eccessi quanto dai vantaggi di un ambiente rivitalizzato da un’etica condivisa.