Quando la conversazione comincia a languire nella sala da pranzo della residenza ufficiale del governo, un uomo fa un segno ai musicisti, si impadronisce del microfono e comincia a cantare canzoni folkloristiche gitane.

Il cantante è il primo ministro Ivica Dačić. Il capo del governo riserva regolarmente questo show ai suoi invitati da quando l'anno scorso ha accompagnato l'orchestra del regista [Emir Kusturica] (2253381) a Bruxelles, nel quadro di un incontro destinato a favorire gli investimenti esteri in Serbia.

Ma Dačić dovrà cantare ancora a lungo perché le delegazioni continuano ad arrivare e a gennaio il paese avvia i negoziati di adesione all'Unione europea. Il percorso è lungo e complicato, perché secondo le nuove regole ogni nuovo allargamento può essere sottoposto a referendum nei paesi già membri dell'Ue. Un elemento che rischia di non essere una semplice formalità per un paese con un'immagine negativa come quella della Serbia, che 15 anni dopo la fine delle guerre di dissoluzione dell'ex Jugoslavia rimane associata ai crimini compiuti in Bosnia e in Kosovo e all'arroganza del regime di Slobodan Milošević.

Gli eredi di "Slobo" sanno bene che devono voltare pagina. Alla fine degli anni novanta Dačić, 47 anni, era il portavoce di Milošević, ma è stato lui a fare il gesto di recarsi a Sarajevo. Ed è stato lui il primo serbo che ha stretto la mano dell'ex combattente kosovaro Hashim Thaçi, premier di un Kosovo che la Serbia non riconosce ma con il quale accetta di parlare per spianare la strada verso l'Unione europea.

Ad aprile i due hanno firmato un accordo sulla normalizzazione di rapporti fra Belgrado e Pristina, la cui parte più dolorosa riguarda l'abbandono delle strutture parallele finanziate da Belgrado a favore della minoranza serba del Kosovo per una collettività di comuni serbi, una sorta di autonomia più o meno ufficiale all'interno delle istituzioni kosovare.

È così che [il 3 novembre] i serbi, incoraggiati per la prima volta da Belgrado, hanno partecipato alle elezioni amministrative in tutto il Kosovo. Nonostante gli incidenti nei seggi nel nord della città divisa di Mitrovica, dove le elezioni hanno dovuto essere interrotte, l'Ue spera che Belgrado abbia accettato le regole del gioco. "È evidente che la Serbia ha fatto tutto il possibile per favorire l'organizzazione e la partecipazione a queste elezioni", ha dichiarato il ministro degli esteri svedese Carl Bildt.

In Serbia la voglia di Europa va di pari passo con il bisogno di Europa, vincendo anche le resistenze degli ex nazionalisti come il vicepremier Aleksandar Vučić, attuale presidente dell'Sns (Partito progressista serbo), 43 anni, anche lui ex membro del governo Milošević. "Circa il 70 per cento dei nostri militanti sono ormai europeisti", ha detto Vučić. Una percentuale che era ancora del 50 per cento nel giugno 2012, quando il suo partito è entrato nel governo insieme ai socialisti di Dačić.

Un paese sotto tranquillanti

Il problema è sapere se a queste affermazioni si accompagna anche un'effettiva conversione. Il divieto di svolgere il Gay pride con il pretesto che avrebbe potuto essere oggetto di aggressioni mostra i limiti della pacificazione. "Nulla è stato risolto, tutto rimane bloccato. La Serbia assomiglia a un paese che tutte le sere riceve la sua dose di tranquillanti", osserva con amarezza Radomir Diklic, uno dei fondatori dell'agenzia di stampa indipendente Beta.

Oggi la Serbia vuole dimostrare che ha qualcosa da offrire all'Europa

Oggi la Serbia vuole dimostrare che ha qualcosa da offrire all'Europa. E questo qualcosa è una manodopera non a buon mercato, come quella bulgara o romena, ma istruita in università relativamente ben quotate sulla lista di Shanghai. Del resto non è un caso se Microsoft ha aperto nella capitale serba un centro di ricerca che dà lavoro a 150 giovani ricercatori, tutti diplomati con ottimi voti in matematica, ingegneria o informatica.

L’americana Ball Packaging ha aperto nel paese una fabbrica automatizzata di lattine guidata da un giovane ingegnere serbo. I milioni di lattine di bibite che sono prodotti qui vanno in tutto il mondo, compresa la Russia che ha concluso un accordo di libero scambio con la Serbia.

Anche l'impresa norvegese di telecomunicazioni Telenor ha scelto di investire a Belgrado grazie alla "sua manodopera molto qualificata". "Il governo vorrebbe far credere che la Serbia è diventata un paese moderno", dice Diklic. "Ma Belgrado non è la Serbia. Il resto dell'economia è distrutto. E quando un'impresa chiude anche gli ingegneri vanno via. Poi è la volta degli insegnanti. E di conseguenza la qualità delle scuole ne risente.