Giorno dopo giorno, da quattro anni e mezzo, Presseurop ci ha aiutato a comprendere ciò che accade in Europa. Questo contributo è importantissimo: alle prese ogni giorno con la crisi, impegnati ad aggirare i molteplici ostacoli che ancora intralciano il nostro cammino, spesso abbiamo dimenticato di guardarci indietro e di riflettere su tutto ciò che ci è capitato in questi ultimi cinque anni.

Se provassimo a farlo, ci renderemmo conto che nel 2009 la parola crisi non ci incuteva paura. L’Unione europea, come ben sappiamo, è stata costruita a colpi di crisi. Una dopo l’altra queste crisi hanno fatto vacillare le fondamenta, hanno dimostrato che lo status quo non è sostenibile, hanno messo in evidenza l’esigenza di cambiare politica e l’obsolescenza delle istituzioni. Le crisi hanno creato lo spazio necessario alla nascita di visioni per il futuro e all’ascesa di dirigenti che ne saranno responsabili.

La crisi non soltanto ci avrebbe unito, pensavano molti, ma avrebbe anche costituito un’occasione per una maggiore integrazione dell’Unione. Perché questa volta, invece, abbiamo la sensazione che nulla sia andato come ci si aspettava? Che cosa non ha funzionato?

Il punto cruciale è la mancanza di flessibilità che l’Ue ha evidenziato nel momento in cui doveva assorbire lo shock provocato dalla crisi finanziaria. Prima di ogni altra cosa, l’Ue è “un’unione di norme”. Tuttavia, come abbiamo già potuto constatare, queste norme – soprattutto per ciò che concerne la gestione dell’euro – erano inesistenti, imperfette o palesemente errate, e di conseguenza impedivano agli stati membri o alle rispettive istituzioni di adottare quelle misure (come la ricapitalizzazione diretta delle banche o il riscatto del proprio debito) atte a permettere all’Ue di uscire dalla crisi.

Gli Stati Uniti, che come ben sappiamo sono all’origine della crisi finanziaria, hanno adottato dall’ottobre 2008 l’iniziativa denominata Tarp (Troubled Asset Relief Program, Programma di salvataggio degli asset a rischio), mirante a ricapitalizzare le banche. In seguito a ciò, il presidente Barack Obama ha potuto lanciare un piano di salvataggio economico a tutto campo. In entrambi i casi le divergenze ideologiche e di partito sono state accantonate a vantaggio di misure efficaci per lottare contro la crisi. La situazione non avrebbe potuto essere più diversa su questo versante dell’Atlantico.

Sei anni dopo il fallimento di Lehman Brothers, gli europei stanno ancora discutendo del loro programma Tarp (l’unione bancaria), e lo fanno con continui rinvii, con meccanismi a tal punto complessi e interminabili che si finisce col dubitare della loro stessa utilità. In tutto questo tempo i provvedimenti e le misure di salvataggio sono stati grotteschi o insufficienti. I risultati, del resto, sono sotto gli occhi di tutti: gli Stati Uniti stanno per uscire dalla crisi, mentre l’Europa è ancora impantanata.

Di conseguenza, l’Ue – che aveva impiegato ben dieci anni a redigere il trattato di Lisbona – si ritrova adesso alle prese con un problema, e sta scoprendo che niente di quello che è scritto nel trattato serve ad affrontare concretamente una crisi che ha assunto in qualche caso una dimensione esistenziale. Riformare le regole dell’euro per adattarle alla nuova realtà si è rivelato un compito spaventosamente lento, e ciò a maggior ragione nell’ambito di una frattura politica e istituzionale nella quale nessuno è in grado di dare grandi direttive.

A fronte di questa crisi, l’Ue ha annunciato innovazioni istituzionali e politiche, ma si è anche lanciata in improvvisazioni pericolose. In alcuni momenti cruciali, come il primo bailout della Grecia o l’intervento a favore di Cipro, è sembrato quasi che l’Ue buttasse a occhi chiusi soldi al vento.

Poi, in fine dei conti, l’Ue è riuscita a prendere, sempre sull’orlo dell’abisso, le decisioni giuste e necessarie per salvare l’euro e approntare le fondamenta di un futuro stabile. Usciamo dalla crisi poco alla volta, è vero, ma lo facciamo lentamente, e malgrado le divisioni: quando una struttura è flessibile, essa è in grado di assorbire qualsiasi shock. Ma quando è rigida si spezza, e la frattura più evidente e più urgente da risolvere oggi è quella che separa le élite dai cittadini.

Ma questa non è l’unica crepa, perché la crisi allontana anche il nord dal sud, il centro dalla periferia, in modo molto pericoloso per l’avvenire dell’Ue, e mette in luce divisioni difficili da ricomporre tra i membri della zona euro e tutti gli altri. Queste crepe, queste spinte centrifughe sono quelle che l’Unione deve adoperarsi a riparare e ricomporre. Sono quelle dalle quali dipende la sua sopravvivenza. In mancanza di una soluzione, l’euro sarà salvo, sì, ma il progetto europeo ne uscirà gravemente compromesso.

Le prossime elezioni europee mettono in piena luce tutto il paradosso di questa situazione: proprio quando per portare a compimento un’unione economica e monetaria si rende indispensabile una grande legittimità politica, i cittadini prendono le distanze da un progetto che suscita sempre più diffidenza. Se l’Unione saprà riconciliare democrazia ed efficienza, avrà un brillante avvenire. Questa frattura, però, non si ricomporrà soltanto “migliorando la comunicazione”, ma anche “ascoltando di più” i cittadini stessi, senza dimenticare che è indispensabile assumersi responsabilità nei loro confronti.

L’integrazione europea si è politicizzata in modo irreversibile negli stati membri, ma non a Bruxelles. Di conseguenza è necessario irrobustire la politica e non la tecnocrazia, in modo tale che i cittadini a Bruxelles ritrovino la capacità di prendere parte alla politica, ciò che non possono più fare nei rispettivi paesi. L’unione delle norme non è un problema, ma un’unione delle politiche è imprescindibile.

Chi ha paura della politica? Senza un’opinione pubblica informata, l’Europa non può esistere. In questi ultimi anni Presseurop ci ha permesso di uscire dalle nostre ristrette mentalità nazionali per costruire uno spazio pubblico europeo comune. Grazie Presseurop. E a presto, speriamo.

Questo articolo è stato scritto per Presseurop