Michael Jackson merita di essere considerato uno straordinario uomo di spettacolo. Un talento vivace e abbagliante. Che dire, però, del suo ruolo pionieristico nella storia del rock e del pop? Questo è più controverso. Non è stato, come alcuni hanno detto, la prima star nera ad attirare un pubblico di massa bianco. E Diana Ross e le Supremes? In realtà, la grandezza che lui rivendicava è più prosaica. Ha venduto molti dischi, anzi, ha battuto tutti. Il giudizio adatto a Jackson, credo, è che è stato un magnifico intrattenitore, ma non ha inciso sulla storia del pop.

Vale la pena di soffermarsi su questo giudizio, perché suscita domande più complesse. Come mai, visto lo status di Jackson, la sua morte ha avuto questo impatto e ha dominato tutti i giornali più o meno esclusivi? Perché ha attirato più attenzione della morte di Elvis e di John Lennon, entrambi innegabilmente più importanti dal punto di vista culturale?

Non è che i giornali e tutto il resto abbiano valutato male Jackson. La risposta è che nei quasi trent'anni dalla morte di Lennon la società è radicalmente cambiata. La guerra culturale che ha impazzato per una cinquantina d'anni si è conclusa. E la cultura popolare ha vinto.

Tradizionalmente, il principale modo per spiegare la politica è stato il concetto di classe. I leader erano visti come i rappresentanti di questo o quel gruppo sociale. Ma un altro modo per spiegare la politica, di certo quella degli ultimi cinquant'anni, è l'età. Accanto alla lotta di classe c'è stato il gap generazionale.

Quando è apparso per la prima volta, all'inizio degli anni sessanta, si pensava fosse il frutto della maggiore longevità. I sopravvissuti della guerra civile americana vissero in media fino a cinquant'anni; quelli della Seconda guerra mondiale fino a 65. In quella vita più lunga nacque una nuova fase, l'adolescenza, un decennio tra l'infanzia e l'età adulta. Il senso di alienazione dei giovani dai genitori, fatto che divenne evidente negli anni sessanta, sembrava una cosa naturale che si sarebbe ripetuta generazione dopo generazione.

Invece non è andata così. Come scrive Ian MacDonald in "The Beatles. L'opera completa", se è vero che i bambini litigheranno sempre con i genitori, il gap generazionale degli anni sessanta si è rivelato un evento unico. Ha diviso chi vedeva il periodo precedente a quel decennio come punto di riferimento da chi, come punto di riferimento, vedeva il presente e il futuro.

Nei decenni seguenti, la battaglia sugli anni sessanta e sul loro lascito si è spostata in politica. All'epoca fu uno scontro violento, ma via via che quella generazione di giovani contestatori cresceva, di solito smetteva di essere violenta. Quando i giovani sono diventati adulti, hanno sdoganato i valori progressisti, le idee egalitarie, la sensibilità pop, l'accento sulla democrazia e la cultura bassa. Sono diventati medici, ministri e dipendenti pubblici. E hanno cambiato l'élite dall'interno.

Così, mentre politici come Tony Blair e Bill Clinton sono incomprensibili se visti attraverso la lente tradizionale della politica di classe, hanno un senso se la politica è vista anche come scontro generazionale. Sono stati i primi tribuni politici della generazione post anni sessanta a raggiungere la massima carica, portando con loro grossi cambiamenti sociali. I travagli e le tribolazioni di Clinton si capiscono meglio se lui viene considerato un politico generazionale impegnato in una battaglia all'ultimo sangue contro chi odiava gli anni sessanta e tutto ciò che rappresentavano.

Non più. La battaglia sta finendo, il fumo si sta diradando. Le idee più esaltate e stupide della New Left anni sessanta sono morte. E lo sono anche le generazioni precedenti al gap. Il fatto che al di là della classe e della razza, tra le persone dai background culturali e materiali più svariati, uno showman sostanzialmente innocuo come Michael Jackson possa fare notizia è solo un piccolo segnale che la guerra culturale è finita. Ora siamo tutti fan del pop. Happy Xmas. War is Over*.

*titolo di una canzone di John Lennon