Più che una sostanza, la cultura europea è un vettore; più che una statistica, è una dinamica; pim che una dominazione, è un’atomizzazione. L’Europa è il principale esempio di (auto)cultura al mondo. L’Europa ha inventato la cultura di sé.

Come sosteneva di recente in un intervento pubblicato da Le Monde a qualche giorno dalle elezioni europee il filosofo, filologo e traduttore Heinz Wismann, "l’Europa non è una realtà data, iscritta nell’ordine naturale delle cose, ma una creazione umana, realizzata dagli abitanti, autoctoni o immigrati, del minuscolo promontorio dell’immenso continente asiatico, che ha ricevuto il nome di Europa”.

L’Europa è in sé un fatto culturale, una mitologia perpetua vissuta giorno dopo giorno. Così come ha scoperto l’America (che in sé è un semplice episodio europeo), l’Europa significa rottura e fuga rispetto a sé stessa. Ma senza tuttavia avere nessun posto dove andare, da cui, da un lato si ha la sovrapposizione archeologica, o la profondità, la produzione di suolo e sottosuolo, di conscio e di inconscio; dall’altro lato, una “dislocazione”, uno “scivolamento” verso il virtuale, verso l’ideale — nella cultura.

"Nessuna epoca, nessuna paese, e a maggior ragione nessun gruppo né alcun individuo può dirsi depositario dello spirito europeo”, scrive Wismann. "Nata da un gesto di rottura, la realtà europea appartiene solo a coloro che osano reinventarla”, prosegue l’esegeta di Eraclito. Provando a dare una definizione, Wismann suggerisce come parola chiave “rinascita": “la più appropriata per qualificare queste crisi legate alla crescita della cultura europea [...] poiché è il movimento che la incarna."

La cultura europea è una cultura della crisi e della critica, che può mettersi da sola in situazione di crisi o considerarsi tale, per poter andare oltre e reinventarsi: il concetto stesso di cultura è un’invenzione europea

Le crisi della cultura europea sono per forza ricorrenti: sono ciò che la nutre, che le consente di reinventarsi. La cultura europea è una cultura della crisi e della critica, che può mettersi da sola in situazione di crisi o considerarsi tale, per poter andare oltre e reinventarsi: il concetto stesso di cultura è un’invenzione europea. Da una prospettiva europea, la cultura è formata da una serie di “crisi di crescita”. Quando il bisogno permantente di “crescere” non la mette più in crisi, la cultura europea si de-coltiva. Ed è in pericolo. Come in questo momento, per esempio. Ancora una volta!

In questo momento l’Europa non vuole, non osa pim coltivarsi. Si perde disperdendosi, banalizzandosi. E, per l’Europa, non volersi più reinventare in senso europeo, vuol dire regredire, vuol dire fermare l’idea culturale di sé.

Culturalmente l’Europa è una tecnica di sopravvivenza attraverso la reinvenzione di sé — al prezzo degli altri. L’Europa si proietta, è un progetto e una proiezione. Per parlare in modo ancor più radicale, l’Europa è una tecnica linguistica di successo, di auto-compimento: un atto di linguaggio che evoca la riuscita.

Solo che ciò che è fragile, puramente ideale, forzato come l’Europa, diventa una realtà compulsivamente autoreferenziale. Prima di diventare una realtà politica, scopo che può esitare a lungo a raggiungere per paura di lasciarci l’anima, l’Europa è anzitutto un’idea. Una dopo l’altra, le future “grandi nazioni” europee hanno fatto propria l’incarnazione della loro idea di Europa, con inevitabili e tragiche conseguenze storiche.

Il progetto e l’idea di Europa hanno però avuto, e hanno ancora, un doppione. L’Europa-idea e l’Europa-progetto sono state costantemente inseguite dall’Europa-fantasma. Il gelo dell’idea e del progetto europeo può soffocare la convinzione che l’Europa possa essere compiuta e altera l’essenza puramente culturale dell’idea di Europa.

Così, come ricorda Heinz Wismann, l’Europa è nata ricostruendosi a partire da una fuga: è un’idea “rapita”, come la mitica figlia di Agenore lo fu da Zeus. L’Europa è un’idea ancora in progressione.

Non è chiaro in quale misure l’Europa sia nata dal caos di questo slancio, di questa sete di compiutezza, ma in sé stessa, la ricerca conflittuale di questa idea di Europa aura nexis l’ha mobilitata.

Si potrebbe anche dire che il mondo intero è l’Europa, tranne l’Europa stessa. Come i grandi eroi che si arrovellano, l’Europa edipica è oggi priva (e non è la prima volta che accade) dell’idea stessa di Europa che ha invece plasmato il mondo.

Oltre a essere un grande progetto storico, e proprio per poter rilanciare la grande, l’eroica, la prometea idea auto-culturale di un’Europa delle rinascite attraverso rotture di sé coscienti, sarebbe forse il caso di far spazio, nel progetto europeo, alla sua ombra, al suo fantasma. E di progettare l’Europa non solo seguendo l’auto-cultura della grandi nazioni-soggetto tradizionali, ma anche includendo la saggezza storica delle piccole nazioni-oggetto, che formano, forse, un’Europa più vicina alla sua assenza di origini reali, alla sua cultura della fuga verso nessun posto.

In questo senso, le sole culture integralmente europee sono forse proprio quelle “periferiche”. Si tratta di paesi che sono stati costretti a realizzarsi sul piano europeo, di compiere qualcosa partendo da posizioni remote. Forse che solo questo modello di “sopravvivenze” marginali può ancora salvare il modello delle “rinascite” massicce.

Se l’Europa, e l’idea puramente culturale dell’Europa, è al momento ferma, è perché, come Gulliver, confonde grandezza e dimensione, importanza e massa. L’Europa può rilanciarsi solo rompendo di nuovo con sé stessa. E ricordandosi che è solo un’idea rapita che cerca continuamente di ricostruirsi una casa.