La vicenda ha destato scalpore non solo nella Repubblica ceca. Miloš Zeman è intervenuto in qualità di invitato principale alla conferenza "Dialogo fra civiltà" paragonando la guerra in Ucraina all'influenza e chiedendo la fine immediata delle sanzioni contro la Russia. Eppure questo intervento non deve stupire. Il presidente ceco infatti è circondato da uomini d'affari che hanno molti contatti con la Russia. Del resto quando è scoppiata la guerra in Ucraina, Zeman ha dichiarato che il governo di Kiev ne era l'unico responsabile, e in diverse occasioni si è opposto alle sanzioni.

In epoca sovietica in Slovacchia è stato costruito un gasdotto per portare il gas siberiano in Europa occidentale. Oggi questa conduttura potrebbe essere utilizzata per trasferire dall'Europa in Ucraina – cioè in senso inverso – 30 miliardi di metri cubi di gas all'anno, cioè più di quello che la Russia prevede di fornire all'Ucraina nel 2014. Ma quando qualche mese fa il governo ucraino ha chiesto agli slovacchi se poteva utilizzare questo gasdotto, non ha ottenuto alcuna risposta.

Solo dopo qualche tempo Bratislava ha spiegato che problemi tecnici e giuridici piuttosto oscuri rendevano il compito difficile. Grazie a un energico intervento dell'Ue e della Casa bianca, la Slovacchia ha finito per accettare di mettere a disposizione un gasdotto minuscolo che permetterà però di portare solo l'1 per cento del gas che l'Ucraina vorrebbe comprare all'Europa. A quanto pare gli slovacchi non hanno intenzione di inimicarsi Gazprom e Putin.

Anche il primo ministro slovacco Robert Fico si dice – come Zeman – contrario alle sanzioni europee. Mentre la Polonia, i paesi baltici e la Romania hanno paura della Russia, Fico è contrario a una presenza più forte della Nato in questa parte d'Europa, che considera come un pericolo. A metà settembre, dopo il vertice della Nato a Newport Fico ha sottolineato che non accetterà mai la presenza di basi dell'Alleanza in Slovacchia, anche se questo dovesse significare la fine della sua carriera politica.

Persone come Fico, Zeman e Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, sono molto impressionate dai successi di Putin. Da un lato constatano l'incapacità dell'Ue a prendere delle decisioni efficaci, dall'altro vedono il Cremlino prendere decisioni difficili senza pensarci due volte

Persone come Fico, Zeman e Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, sono molto impressionate dai successi di Putin. Da un lato constatano l'incapacità dell'Ue a prendere delle decisioni efficaci, dall'altro vedono il Cremlino prendere decisioni difficili senza pensarci due volte. Ma vi è anche un altro elemento. Putin è stato un ufficiale di reclutamento ed è molto bravo nelle relazioni personali, sa costruire dei rapporti stabili. Al contrario i politici dei grandi paesi europei non sembrano prendere il primo ministro slovacco molto sul serio. Le calorose parole di Putin nei confronti di Fico ne lusingano l'ego – è così che il politologo bulgaro Ivan Krastev spiega il potere di seduzione del presidente russo.

Dieci anni fa, quando l'Unione europea si allargava a est, molti uomini politici dell'Europa occidentale temevano che i paesi che erano stati nell'orbita sovietica avrebbero chiesto una politica radicalmente antirussa. Ma oggi la situazione è completamente diversa. La Slovacchia ha scelto una politica di pieno sostegno a Putin, e in tutto il gruppo di Visegrád c'è solo la Polonia che è favorevole a una politica intransigente nei confronti di Mosca.

Una gran parte della popolazione si identifica con i russi, e non solo per ragioni storiche

Nei Balcani la situazione è ancora peggiore. Una gran parte della popolazione si identifica con i russi, e non solo per ragioni storiche. Per Krastev i bulgari si considerano i grandi perdenti dei cambiamenti avvenuti in Europa e ritengono che la posizione del loro paese si sia ulteriormente degradata negli ultimi 25 anni, sull'esempio di quella russa. Inoltre non si sentono legati agli ucraini.

La Slovenia e la Croazia non hanno nulla contro Putin e le sanzioni contro Mosca non piacciono loro. A sua volta la Serbia, che un giorno vorrebbe entrare nell'Ue, si identifica pienamente con la Russia. Solo i rumeni non si sentono attirati da Mosca e rappresentano l'eccezione nei Balcani – così come la Polonia nel gruppo di Visegrád. Questa situazione non dovrebbe cambiare nel breve periodo e questo per diverse ragioni. In primo luogo Bruxelles non sembra intenzionata a voler convincere Praga o Bratislava a cambiare linea politica.

Angela Merkel ha già troppi problemi con i suoi connazionali, la cui maggioranza è contraria alle sanzioni, per cercare di far cambiare idea ad altri paesi. In secondo luogo l'Europa centrale, che in passato era molto filoamericana, adesso non sembra più dare fiducia agli americani. In ultima analisi si può affermare che le simpatie per Putin sono in gran parte un effetto secondario della crisi dell'Unione europea e del ritiro degli Stati Uniti dall'Europa.