L’Europa e la crisi dei rifugiati: Non rinchiudiamoci

22 aprile 2015 – El País (Madrid)

Di fronte all’ondata di migranti in arrivo l’Unione deve mettere in piedi una politica di accoglienza e di asilo coerente e rafforzare la cooperazione allo sviluppo e le iniziative per la pace nei paesi in guerra.

È comprensibile che nelle emergenze le emozioni prendano il sopravvento, ma lasciarsi dominare dalla paura può essere più pericoloso delle persone che attentano al nostro stile di vita e alla nostre libertà.

Dopo gli attacchi di Parigi alla redazione di Charlie Hebdo e alla comunità ebraica, molti hanno ceduto alla tentazione di mischiare la lotta al terrorismo, il controllo delle frontiere, l’immigrazione clandestina e l’integrazione delle minoranze etniche e religiose. Il presidente francese François Hollande ha dichiarato guerra al gruppo Stato islamico dal ponte di una portaerei, anche se il ruolo dell’organizzazione nell’attacco a Charlie Hebdo è tutto da dimostrare, mentre il leader dell’opposizione Nicolas Sarkozy ha chiesto la sospensione degli accordi di Schengen, anche se gli attentatori erano tutti cittadini francesi.

Ora che le acque si sono calmate, è arrivato il momento di separare i problemi e cercare soluzioni, a cominciare dalla lotta al terrorismo. Per fermare il jihadismo servono più fondi e un maggiore coordinamento tra i paesi europei, ma anche una politica estera degna di questo nome. Il nostro vicinato, uno spazio essenziale per la nostra sicurezza e la nostra prosperità, si sta disgregando sotto i nostri occhi. Le nostre frontiere, soprattutto quella mediterranea, si stanno trasformando nella valvola di sfogo della disperazione di milioni di persone che fuggono dai conflitti e dalla povertà. Questo flusso non si interromperà, e per gestirlo serve qualcosa di più delle missioni di salvataggio dei migranti.

All’inizio del secolo la politica estera europea ha fatto importanti passi avanti, ma negli ultimi anni ci siamo fermati o siamo addirittura tornati indietro. È arrivato il momento di riprendere l’iniziativa e dotare una volta per tutte l’Unione europea di una forza militare che possa prevenire i conflitti e contribuire a risolverli. La politica estera europea deve basarsi su tre pilastri: alla diplomazia e alla difesa dev’essere affiancata una politica di collaborazione e sviluppo rivolta ai paesi vicini, che disponga di risorse sufficienti.

Inoltre abbiamo urgente bisogno di una politica di asilo degna di questo nome e dei mezzi per reagire efficacemente alle emergenze alle nostre frontiere. Secondo l’agenzia europea Frontex nel 2014 le persone che hanno provato a varcare irregolarmente i confini dell’Unione europea sono state 270mila. Considerando quello che è successo con i tre milioni di profughi siriani, pensiamo a cosa potrebbe accadere se l’Ucraina sprofondasse ancora di più nella crisi e gran parte dei suoi 43 milioni di abitanti decidesse di cercare rifugio in Europa.

Se non stabilizzeremo l’area che ci circonda saremo costretti a innalzare muri sempre più alti, con centinaia di migliaia di immigrati irregolari e rifugiati politici che vagano per il territorio europeo senza alcuna prospettiva di ritorno in patria. Anche se può sembrare contraddittorio, il giorno in cui ci saranno forze di pace europee, giudici, poliziotti, diplomatici e cooperanti nei paesi vicini – dall’Ucraina alla Tunisia passando per la Libia e la Cisgiordania – potremo dire che le cose stanno migliorando.

Questo compito difficile richiede più Europa, non meno, ma soprattutto un grande impegno da parte dei leader europei. L’Unione europea non gode di grande popolarità ultimamente, e forse è per questo che i politici non sembrano disposti ad ammettere davanti all’opinione pubblica la scomoda verità che i problemi dei nostri tempi non possono essere risolti a livello nazionale. Il tema dell’integrazione europea come strumento di pace, sicurezza e prosperità non è più difeso da nessuno, mentre il ritorno alla sovranità nazionale e l’opposizione alla libertà di movimento sono diventati la piattaforma comune degli xenofobi.

Per ragioni economiche e demografiche, ma anche per difendere i suoi princìpi e i suoi valori, l’Europa ha bisogno di una revisione completa delle sue politiche migratorie. Le frontiere europee devono essere porose e flessibili ma allo stesso tempo sicure, per incentivare i flussi che possono apportare dei benefici e scoraggiare quelli che ci minacciano. Inoltre bisogna creare le condizioni perché i rifugiati che ne hanno i mezzi possano tornare nei paesi d’origine e contribuire al loro sviluppo. Quando le frontiere si chiudono ermeticamente, invece, la gente resta intrappolata su entrambi i fronti e i flussi migratori finiscono in mano alle reti criminali.

L’ultimo ambito in cui l’Europa deve mostrarsi inflessibile è quello della libertà di circolazione. Per sopravvivere come progetto politico e civile l’Europa deve difendere questa libertà, perché senza di essa sarebbe solo una zona di libero scambio. Se cederemo su questo punto l’Europa non avrà più senso. Ma questo è un dibattito interno, che non ha alcun collegamento con il terrorismo. Se non riusciremo a tenere separati questi campi, non faremo passi avanti in nessuno dei due.

Traduzione di Andrea Sparacino

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