In vent’anni di esistenza, il triangolo di Weimar è stato soprattutto una delusione. Finora Varsavia, Berlino e Parigi non sono riuscite a forgiare un’alleanza solida e durevole, in grado di diventare il motore trainante di un’Europa allargata. Ma non è da escludere che possano riuscirci in futuro.

I fallimenti del passato sono riconducibili da un lato alle eccessive ambizioni politiche della Polonia, e dall’altro alla visione a breve termine e alla mancanza di interesse da parte di tedeschi e francesi, che ci hanno sempre considerato dei parenti poveri.

Nel 2003 Parigi e Berlino cercarono inutilmente di convincere Varsavia a opporsi all’invasione americana dell’Iraq. Il triangolo fallì anche nel 2005, quando l’Europa occidentale e la Russia si misero d’accordo per la costruzione del gasdotto Nord Stream che aggirava la Polonia, e nella guerra tra Georgia e Russia del 2008, quando il presidente polacco e quello francese fecero a gara per arrivare prima a Tbilisi.

Il triangolo di Weimar era soltanto una cornice informale per incontri, la cui concretizzazione sarebbe dipesa unicamente dalla buona volontà dei politici. Quest’ultima è venuta a mancare in modo plateale nel 2006, quando Lech Kaczyński – offeso da una sua caricatura pubblicata su un giornale tedesco – annullò il vertice di Weimar.

Convocando a Varsavia Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, il presidente polacco Bronisław Komorowski ha cercato di rilanciare la piattaforma dei colloqui a tre tra Polonia, Germania e Francia, soprattutto alla luce della crisi dell’Ue, che rischia di creare una spaccatura tra paesi interni ed esterni alla zona euro.

Secondo gli auspici dei tre leader, gli incontri del triangolo dovrebbero tenersi a scadenze regolari. È anche previsto un incontro con il presidente russo Dmitri Medvedev. Questa nuova vita del triangolo potrebbe rivelarsi un successo.

Cooperazione a 360 gradi

La cooperazione non dovrebbe comunque limitarsi a un semplice appuntamento a scadenza annuale in un palazzo elegante, riservato all'entourage dei politici polacchi, francesi e tedeschi. Al contrario, l’azione dovrebbe coinvolgere tutta la classe politica dei tre paesi, e aprirsi agli ambienti scientifici, agli amministratori locali e agli scambi tra giovani.

Osiamo addirittura immaginare che mentre i politici dei tre paesi negoziano tra loro i termini di una strategia comune per la politica energetica dell’Ue, i responsabili degli istituti di ricerca e i sindaci arrivino a firmare accordi di cooperazione trilaterale. O che mentre l’Ue adotta sanzioni contro il regime di Aliaksandr Lukashenko, le università polacche, tedesche e francesi aprono le loro porte agli studenti bielorussi.

Come ben dimostra l’esperienza franco-tedesca degli ultimi 50 anni, una volta creata su basi solide una cooperazione è in grado di durare nel tempo e di resistere ai cambiamenti della politica. In questo contesto, riportare in vita il triangolo sarebbe più che mai necessario. (traduzione di Anna Bissanti)