Anne-Laure Losseau è una giovane avvocata di affari belga che, fino a qualche mese fa, non sapeva nulla di diritto d’asilo. “Un giorno”, ricorda, “ho visto delle immagini di bambini siriani che morivano letteralmente di freddo nei campi profughi”. Quel giorno ha deciso di reagire, “nel mio piccolo, ma concretamente”. Insieme a un gruppo di cittadini Anne-Laure ha dato vita all’iniziativa “Syrie – Un visa, une vie” (Siria – Un visto, una vita), che ha permesso a due famiglie siriane di arrivare in Belgio legalmente dopo aver ottenuto un visto umanitario.

Il codice comunitario dei visti del 2009 prevede la possibilità di concedere “a titolo di deroga” dei visti per motivi umanitari, possibilità già ammessa al livello nazionale in diversi paesi dell’Unione europea. Non esistono criteri chiari per il rilascio e generalmente non è possibile fare ricorso se la domanda è respinta o dichiarata irricevibile. Il visto umanitario, così dicono in Belgio, “è un favore e non un diritto”.

Questo titolo di soggiorno è spesso presentato come una soluzione al paradosso del diritto di asilo: tutti hanno diritto di chiedere protezione in un paese straniero, ma oggi quasi nessun profugo ha il diritto di raggiungere il luogo dove vorrebbe chiedere protezione, perché par farlo avrebbe bisogno di un visto e ottenere un visto è praticamente impossibile. È il caso dei siriani, che in Europa hanno altissime probabilità di ottenere una qualche forma di protezione, ma sono costretti a rischiare la vita per arrivare qui.

Ed è nata così l’idea di aiutare una o due famiglie siriane a presentare una domanda di visto umanitario.

Anne-Laure non ha pensato subito a questa soluzione. In un primo momento si è detta che forse poteva far arrivare una famiglia siriana in Belgio con un visto turistico. Così ha chiamato l’Office des étrangers, l’ente pubblico “incaricato della gestione della popolazione immigrata”, chiedendo un parere. “Mi hanno fatto notare che per ottenere un visto turistico bisogna poter dimostrare la propria volontà di tornare nel paese di origine, cosa poco verosimile nel caso dei siriani”, ricorda. Anne-Laure a quel punto si è rivolta a un’avvocata esperta di asilo. “Mi ha proposto di riunire un gruppo di persone pronte a impegnarsi insieme a me e di organizzare una riunione nel suo studio”.

Il primo incontro si è svolto il 12 febbraio 2015. “Ci siamo detti che dovevamo essere concreti, così è nata l’idea di provare ad aiutare una o due famiglie siriane a presentare una domanda di visto umanitario”. Attraverso Ghazi el Rass, un farmacista siriano che vive in Belgio da quarant’anni, sono state individuate due bambine che avevano urgente bisogno di essere operate: Marwa, ferita mentre fuggiva dai bombardamenti con la sua famiglia, e Haifa, affetta da una malformazione cardiaca. A marzo il gruppo “Syrie – Un visa, une vie” ha presentato ufficialmente il suo progetto.

Insieme alle loro famiglie, le due bambine hanno dovuto attraversare clandestinamente la frontiera per raggiungere Ghazi el Rass e Anne-Laure in Turchia. Il 19 giugno hanno presentato all’ambasciata belga ad Ankara la domanda per un visto umanitario. “Ci avevano detto che l’attesa poteva durare anche sei mesi, perché le domande per altri tipi di visti hanno la priorità”, spiega Anne-Laure. “È probabile che la nostra presenza abbia accelerato la procedura”. Dopo meno di due settimane, il 30 giugno, è arrivata un’email dell’ambasciata: la richiesta era stata accettata.

Le due famiglie sono atterrate il 29 luglio all’aeroporto di Bruxelles-Zaventem, dove le aspettava un piccolo comitato di accoglienza. Ora vivono in due appartamenti messi a loro disposizione dal municipio di Forest, ma solo per qualche mese. Con il sostegno del gruppo di cittadini che li ha accolti, hanno cominciato ad affrontare le nuove sfide: i primi appuntamenti dai medici, la ricerca di una scuola per Marwa, Haifa e i loro fratelli, la preparazione della richiesta di asilo.

“Non abbiamo ancora un’idea precisa di come portare avanti la nostra azione”, mi risponde Anne-Laure quando le chiedo quali sono i prossimi obiettivi del suo gruppo. “Potremmo ricominciare con altre famiglie o servire da intermediari per altri cittadini interessati a seguire i nostri passi”.

È una storia a lieto fine che, speriamo, ne ispirerà altre. È anche una storia che mette a nudo la meschinità degli stati membri, esortati da ong, avvocati e perfino dalla Commissione europea a usare i visti umanitari in modo sistematico e coordinato, ma ben felici di sfruttare l’ambiguità delle disposizioni che riguardano questi titoli di soggiorno per continuare a elargirli come fossero “un favore e non un diritto”. Inoltre, almeno in Belgio, i visti umanitari sono concessi soprattutto per motivi familiari: se una persona non è riuscita a ottenere il ricongiungimento familiare e si trova in una condizione di pericolo, l’Office des étrangers può darle in via del tutto eccezionale il permesso di raggiungere uno o più parenti in Belgio. La storia di Marwa, Haifa e delle loro famiglie, che in Belgio non avevano nessuno, è eccezionale anche per questo.

“Visti umanitari: scelta oppure obbligo?”, si chiedeva nel 2014 la ricercatrice Ulla Iben Jensen, autrice di uno studio commissionato dal parlamento europeo. Una nuova risposta potrebbe arrivare dalla revisione del codice dei visti, avviata l’anno scorso dalla Commissione e accolta con scarso entusiasmo dal Consiglio dell’Unione europea. Il parlamento europeo sta ora preparando la relazione in cui risponde alle proposte della Commissione. A giugno il gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici ha reso noto che difenderà “un nuovo quadro” per rafforzare lo strumento dei visti umanitari. La relazione sarà sottoposta al voto degli eurodeputati in autunno, e speriamo dia una scrollata agli stati membri.