Giovedì 3 dicembre, parlando delle accuse di corruzione di altri funzionari ancora della Fifa (nel complesso si è arrivati per il momento a 41 accusati tra singoli individui ed enti) il procuratore generale degli Stati Uniti Loretta E. Lynch ha dichiarato: “Il Dipartimento della Giustizia è deciso a porre fine alla dilagante corruzione che presumiamo esista all’interno della leadership del calcio internazionale — non soltanto per le dimensioni che questo fenomeno ha raggiunto, della sfacciataggine e dell’ampiezza delle operazioni necessarie a procrastinare un simile livello di corruzione, ma anche per l’oltraggio ai principi internazionali che questo comportamento rappresenta”. In sintesi, nel mondo oggi è diventato semplicemente impossibile sfidare l’onestà pubblica così sfacciatamente e in modo così insolente come ha fatto la Fifa per tanti anni.

Oggi, 9 dicembre, Giornata internazionale di lotta contro la corruzione vale sicuramente la pena riflettere su ciò che questo significa.

Se per esempio i funzionari della Fifa hanno sistematicamente concesso i diritti di trasmissione tv o scelto le sedi dei tornei internazionali in base a clientele, in cambio di tangenti o di altri favori, significa che la corruzione è la regola e non l’eccezione del modus operandi della Fifa. Le autorità americane affermano che per interi decenni i funzionari della Fifa hanno “sfruttato il loro potere di capi delle federazioni calcistiche di tutto il mondo per dar vita a una rete di corruzione e avidità che compromette l’onestà del bel gioco”. Tutti sapevano. Chi si opponeva era sistematicamente messo a tacere, eliminato o emarginato in una ristretta minoranza.

Questa notizia sorprende davvero qualcuno? Dopo tutto, l’onestà pubblica media nei 209 paesi le cui associazioni di calcio fanno parte della Fifa raggiunge un indice di appena 5 su una scala nella quale la Nuova Zelanda ha 10 e la Somalia 1 (tra parentesi, è proprio la Somalia ad aver nominato Blatter nel 2011 alla presidenza della Fifa). Ancora più inquietantevè il fatto che il numero dei paesi nei quali l’integrità prevale nettamente (e supera un indice di 7, per esempio) è soltanto 44, e quello dei paesi che superano l’indice 5 è 94. Se la Fifa fosse un paese, di certo non rientrerebbe nella metà superiore della classifica, ma più o meno dalle parti del Brasile, i cui funzionari sembrano sguazzare nella corruzione: il paese si classifica al 121esimo posto della classifica globale, con un indice di corruzione di 4,2.

Ma questa, in ogni caso, è soltanto una classifica basata sulla percezione, la più oggettiva finora, e aggrega il giudizio di tutti di un paese. Ma cosa accadrebbe se realizzassimo un indicatore di corruzione che tenga conto soltanto delle prassi nelle gare d’appalto? Sul modello di quanto abbiamo già fatto per l’Unione europea – dimostrando che le istituzioni dell’Ue potrebbero collocarsi addirittura dietro il Portogallo (che occupa il 15esimo posto della classifica dell’Unione ed è l’ultimo paese della prima metà superiore della classifica globale con un indice di 7).

Dopo tutto, è risaputo che da alcuni anni il Brasile si sta adoperando contro la corruzione, ma così non sembra che sia avvenuto nel caso della Fifa. Infine, non chiediamoci neppure in quale posizione si collocherebbe l’Onu se lo considerassimo un paese, dato che si tratta di un’organizzazione nella quale anche dopo un repulisti approfondito, i massimi leader possono tuttora essere arrestati con l’accusa di corruzione.

Sembra quasi che per arrivare alla situazione invidiabile in cui la corruzione è una deviazione dalla regola si debba andare ancora molto oltre e che ciò contro cui lottano coloro che si battono contro questa piaga nel mondo sia più un ordine sociale vizioso nel quale si deve conoscere molto bene chi è una persona per prevedere quale percentuale di risorse pubbliche otterrà. Questo è quanto sostengo nel mio ultimo libro, A Quest for Good Governance (“Alla ricerca della buona governance”, Cambridge University Press, 2015): dobbiamo dichiarare guerra alla corruzione ma instaurare l’onestà prima ancora di punire quanti se ne discostano. È semplicemente questione di capire quali sono gli usi e costumi della maggioranza.

Le somiglianze tra la Fifa e uno dei paesi classificati sotto la media della corruzione globale non finiscono qui. La corruzione è una forma di potere senza controlli e priva di vigilanza da parte dell’opinione pubblica, che consente alle autorità di trasformare in beni materiali la propria influenza. Laddove ciò si verifica, prendono piede i monopoli di potere, anche se sisvolgono delle formali elezioni competitive.

Nell’Africa subsahariana o in Asia centrale, le regioni più corrotte del pianeta, la combinazione di mandati in successione infinita e di un unico candidato contro il quale competere, sé stesso, combinazione di cui Blatter ha beneficiato per alcuni anni, è prassi del tutto consueta. Laddove il potere discrezionale è così forte da precludere l’esistenza di qualsiasi opposizione (nessuna federazione al mondo ha avuto il coraggio di avallare la candidatura di facciata di un giornalista sportivo americano alla presidenza della Fifa, nel timore di rappresaglie da parte della leadership della Fifa stessa) anche le agenzie o le commissioni preposte al controllo interno sono asservite. Sono state regolarmente invitate a presentare delle memorie, ma le indagini si sono sempre concluse con una “mancanza di prove”.

È per questo che nel mio libro riferisco che i paesi che hanno adottato agenzie di lotta alla corruzione o una legislazione che si batte contro la corruzione in generale non hanno fatto più progressi rispetto ai paesi che non si sono comportati nello stesso modo. Di fatto, sembrerebbe vero il contrario: al momento i paesi più corrotti al mondo sono quelli col maggior numero di leggi e di agenzie, che in casi sporadici sono utilizzati dai leader corrotti che ne hanno il controllo contro i loro oppositori.

La miglior mossa anticorruzione possibile, pertanto, dovrebbe consistere nel sostituire completamente quella leadership, quelle cricche, quelle élite rimaste al potere tutti questi anni nei quali la corruzione ha prosperato e soltanto dopo, una volta cacciati tutti, sarebbe finalmente possibile limitare il numero dei mandati, liberalizzare gli accessi alle elezioni, e approvare tutte quelle riforme di buonsenso che i tifosi di calcio di tutto il pianeta si aspettano dalla Fifa da anni.

Naturalmente, questo no è affatto facile, perché l’intera struttura economico-politica di un paese corrotto è costruita in modo corrotto. Disfarla, pertanto, non è facile. Per esempio in Brasile, paese nel quale per lo meno si combatte una battaglia tra integrità e corruzione, le regioni più povere del paese sono abituate a rieleggere i politici corrotti un mandato dopo l’altro. In cambio distribuiscono stanziamenti e finanziamenti – in modo assai simile a come la Fifa faceva con gli stadi o concedendo altri favori a beneficio dei paesi più poveri.

Trasformano così il tutto in clientelismo delle cricche al potere, quando queste non sono direttamente comprate con tangenti in contanti il giorno stesso delle elezioni. Le regioni più ricche e più attive politicamente chiedono onestà – semmai anche prima o durante i mondiali di calcio, come in Brasile. La corruzione non dipende dalla nazionalità – Blatter, dopo tutto, è un cittadino svizzero, il cui paese ha uno strabiliante indice di integrità di 9,8 e si colloca al quarto posto della classifica mondiale. La corruzione dipende dalla maggioranza della popolazione: se essa può essere comprata, intimidita o comandata a bacchetta, allora un paese – e così pure un’organizzazione internazionale – non è in grado di vigilare efficacemente sulla corruzione.

In conclusione, la Fifa in ogni caso è un po’ meglio di un paese, perché, come sembra, alcune giurisdizioni esterne al sistema di impunità cresciuto al suo interno sembrano applicarsi – quanto meno la svizzera e l’americana – in quanto le persone citate in giudizio per fortuna hanno utilizzato banche americane e così facendo hanno infranto le leggi americane. Da qui si sono create le premesse per quello che, per una volta, sarà un graditissimo intervento americano.