Nel suo discorso d’insediamento, il presidente della Commissione europea “dell’ultima possibilità” aveva espresso la volontà di far ottenere all’Unione europea una “tripla A sociale”. Più di un anno dopo, “l’Europa sociale” è ancora una forte necessità per l’Unione. Dato che la situazione attuale, caratterizzata da allontanamento e frattura, lascia l’europeista disilluso e esterrefatto, bisogna più che mai ricordare quali sono le strade possibili che conducono all’ “altra Europa”, essenzialmente sociale.

Quadro della situazione

Le politiche sociali sono di competenza nazionale, ma l’Ue vanta comunque un ruolo non trascurabile. Definisce infatti le priorità e gli obiettivi comuni e incita gli stati alla cooperazione tramite lo scambio di buone pratiche. È dunque in questo quadro che la strategia Europa 2020, nata in un contesto di crisi economica e finanziaria, si poneva un ambizioso obiettivo: ridurre di 20 milioni il numero di cittadini europei in condizione di povertà entro il 2020.

Oggi, continuando in questo modo non raggiungeremo quell’obiettivo. Le divergenze fra stati membri si sono accentuate e la situazione generale è peggiorata. Nel 2013, circa 7 milioni di persone in più rispetto al 2008 si trovavano in condizione di povertà o di esclusione sociale, ovvero circa un quarto della popolazione europea. Sul piano della disoccupazione, si calcola un aumento di 8,5 milioni dei persone in cerca di lavoro sullo stesso periodo. I giovani sono i più svantaggiati, con circa un quarto di loro attualmente senza impiego. La povertà infantile rappresenta un dato particolarmente inquietante: riguarda 26,5 milioni di bambini, ossia un quinto delle persone in condizione di povertà o di esclusione sociale.

I dati sono inconfutabili, ma l’obiettivo comunitario di riduzione della povertà è prigioniero di un paradosso: gli stati membri devono ridurre i propri tassi di povertà ed esclusione sociale (obiettivo non vincolante), pur mantenendo al contempo una stretta disciplina nei conti pubblici (obiettivo vincolante).

Un’asimmetria instabile

Le riforme in materia di gestione economica hanno portato un irrigidimento della storica gerarchia dell’integrazione europea: le politiche sociali, un tempo organizzate ad hoc e in modo frammentato, sono oggi sottoposte agli obiettivi macro-economici. L’asimmetria fra le politiche europee che sostengono l’efficienza del mercato e le politiche che promuovono la protezione sociale sembra condurre a una logica svantaggiosa per l’ambito sociale.

È una strategia votata al fallimento. A parte la stessa urgenza della situazione sociale e il dovere morale di solidarietà, il deficit sociale nell’integrazione europea minaccia l’intero progetto europeo. Così come gli squilibri economici, gli eccessivi squilibri sociali minacciano la sopravvivenza dell’Unione monetaria. A livello politico, la drammatica situazione sociale di alcuni paesi favorisce l’avanzare dei nazionalismi e degli euroscetticismi di tutti i tipi, mentre le divergenze sociali fra gli stati membri minano la credibilità dell’Unione.

Sembriamo in trappola. Le soluzioni comuni sono sempre più auspicabili, ma le differenti scelte in tema di politica nazionale, di regimi fiscali e di sistemi di protezione sociale, messe in risalto dalla crisi, rendono tali soluzioni difficili da immaginare.

Verso un circolo vizioso?

Nonostante ciò, la crisi può paradossalmente rappresentare un’opportunità. Se il contributo degli stati membri costituisce una conditio sine qua non per mettere in pratica qualsiasi riforma in ambito sociale, è dunque compito della Commissione avanzare nuove proposte. Il “zoccolo europeo dei diritti sociali” annunciato da Juncker per il 2016 è un’ottima notizia e segna un passo che, se sarà ambizioso, andrà nella giusta direzione.

Sarà dunque necessario spingersi più avanti, adottando un approccio di sostegno sistematico. Non bisogna creare uno stato assistenziale europeo, bensì promuovere una coordinazione dei welfare nazionali. Ecco dunque qualche strategia che, in modo unilaterale o congiunto, permetteranno di innescare dinamiche virtuose per l’Europa.

Un reddito minimo europeo. Lo European Anti-Poverty Network (EAPN) propone l’approvazione di una direttiva quadro sul reddito minimo in modo tale da garantire il diritto di ognuno a un reddito adeguato, che sia sufficiente per vivere dignitosamente e che sia stabilito in base al tenore di vita di ogni singolo paese. Lasciando agli stati membri la libertà di gestirlo in accordo con le esigenze nazionali, una direttiva del genere permetterebbe di stabilire delle procedure e degli standard comuni e di stimolare una convergenza verso l’alto in ambito sociale. In periodo di crisi, il reddito minimo agirebbe da stabilizzatore automatico e assicurerebbe un’equa concorrenza all’interno del mercato europeo.

Un sistema europeo di assicurazione contro la disoccupazione. L’ex Commissario europeo al lavoro e alle politiche sociali Lásló Andor suggerisce un sistema di sostegno parziale (corrispondente al 40 per cento dell’ultimo salario) e temporaneo (della durata di 6 mesi) dei sussidi di disoccupazione nell’eurozona. I contributi degli stati membri dovrebbero permettere d’ottenere un budget vicino all’1 per cento del Pil europeo e i trasferimenti fiscali agirebbero da stabilizzatori efficaci e anticiclici in tempo di crisi, evitando la spirale negativa recessione/austerità/impopolarità per l’Unione.

Un euro-dividendo. I professori Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght propongono un reddito incondizionato e universale che andrebbe distribuito a tutti i cittadini che vivono legalmente nell’Ue, per un ammontare di 200 euro e finanziato con gli introiti dell’Iva. Questa base di sicurezza economica, chiaramente modesta, permetterebbe di salvaguardare e rinforzare la diversità dei modelli di protezione sociale, che potranno evitare questa spesa pur mantenendo un alto livello di redistribuzione.

I trasferimenti fiscali transnazionali costituirebbero allo stesso modo degli stabilizzatori automatici di fronte alle scosse asimmetriche. In un’ottica più ambiziosa, un finanziamento tramite un’imposta sulle società coordinata a livello europeo porterebbe un ulteriore vantaggio: obbligando le società a presentare una dichiarazione dei redditi unificata per l’insieme del gruppo e delle sue filiali, si produrrebbe un’ottimizzazione fiscale e si bloccherebbe il dumping fiscale.

Scegliere la giustizia e riportare la speranza

Signor Presidente, lascerà che i nostri giovani diventino l’ormai famosa “generazione perduta”? Lascerà che questo strisciante precariato corrompa i nostri valori di rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza? È urgente avanzare proposte adeguate, audaci e coerenti perché:

  1. Solidarietà nazionale e solidarietà pan-europea sono indissolubili e si rinforzano a vicenda.

  2. L’Unione europea non può fare a meno di un consenso popolare sano e vigoroso, che dipende da politiche sociali inclusive e egualitarie.

  3. Un trasferimento di sovranità in tema monetario necessita di un’Europa sociale, fiscale e democratica.

Di fronte a un sistema politico sfibrato che osserviamo crisi dopo crisi, rappresenti lei dunque il leader di un’Europa dal volto umano. “Ci sono molte cose che appaiono impossibili finché non si sono tentate” (André Gide).

Dunque Signor Juncker, quando arriverà una vera “tripla A sociale”?