Catherine Ashton vuole far dimenticare l'irrilevanza dell'Europa dall'inizio delle rivoluzioni arabe? Il 16 febbraio il "ministro degli esteri" dell'Unione era a Tunisi per annunciare un concreto aiuto europeo (17 milioni di euro versati immediatamente e altri 258 entro il 2013) e il 22 sarà il primo responsabile europeo a visitare l'Egitto dopo la caduta di Mubarak. Anche il Libano, Israele, i Territori occupati e la Giordania figureranno nel suo tour.

Un attivismo tardivo, poiché finora l'Unione si è limitata a registrare la caduta delle dittature "amiche", incapace di prendere la benché minima iniziativa. Tuttavia l'Europa dà grande importanza ai paesi del bacino mediterraneo, il luogo privilegiato per l'esercizio della sua nuova politica estera comune.

Ma per ora i suoi calcoli si sono rivelati sbagliati. La baronessa Ashton, che dispone di una propria struttura diplomatica, non ha osato agire da sola per paura di irritare gli stati membri; avrebbe potuto per esempio designare un inviato speciale in Tunisia o in Egitto per influire sul corso degli eventi, ma in questo caso i Ventisette avrebbero dovuto essere d'accordo su quello che conveniva fare.

L'indecisione di Ashton è l'esatto riflesso delle indecisioni nazionali, sull'esempio del ministro degli esteri francese Michèle Alliot-Marie, sempre in ritardo sugli avvenimenti. "Ashton ha fatto la scelta di essere il segretario generale dei Ventisette", si rammarica Daniel Cohn-Bendit, il presidente del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo, una delle voci più critiche dell'Unione.

"La politica estera europea non può essere la somma delle diplomazie nazionali, altrimenti sarà solo il minimo comun denominatore delle varie politiche estere". Ma gli stati, soprattutto i grandi, non vogliono accordare alcuna autonomia ad Ashton, come ha denunciato martedì scorso il presidente della Commissione José Manuel Durão Barroso davanti agli eurodeputati.

Regimi necessari

Il Parlamento europeo non si è dimostrato molto più attivo degli stati membri: "Di fronte a questo tsunami democratico, equivalente alla caduta del muro di Berlino, il Parlamento è rimasto in silenzio", sottolinea Cohn-Bendit. Così il 18 gennaio i socialisti europei hanno unito i loro voti a quelli della destra del Ppe per bloccare il voto di una risoluzione sulla Tunisia, in attesa che la situazione si stabilizzi.

Solo la paura della pressione migratoria, con l'arrivo di 5mila tunisini sulle coste italiane, sembra poter far uscire gli europei dalla loro apatia. Ieri Cecilia Malmström, commissario agli affari interni, ha spiegato ai deputati riuniti a Strasburgo che l'Unione avrebbe mobilitato i suoi mezzi per aiutare l'Italia e impedire ai migranti di arrivare in massa in Europa. "Lo scarso entusiasmo dell'Europa di fronte alle rivoluzioni arabe è comprensibile, perché tutta la sua politica migratoria si basa sulla collaborazione con le dittature del sud del Mediterraneo", denuncia la tedesca Franziska Brantner, eurodeputata verde. "Se queste crollano sarà una catastrofe per l'Europa".

Così il mese scorso il Parlamento europeo ha dato il via libera al negoziato di un accordo di associazione con la Libia del colonnello Gheddafi in cambio della sua collaborazione nella lotta contro l'immigrazione clandestina. Un paese che a sua volta è stato toccato dall'ondata di rivolta. (traduzione di Andrea De Ritis)