I cittadini europei possono ringraziare Boris Johnson perché offre la storica opportunità di rimettere l’Europa in carreggiata. E di arricchirci tutti quanti.

In che modo?

Anzitutto, bisogna chiarire la situazione istituzionale e burocratica. Da venerdì, il Regno Unito si trova di fatto, e presto de iure, fuori dai giochi e dal mercato europeo. Stanno venendo a galla le conseguenze concrete a Strasburgo e a Bruxelles: gli europarlamentari britannici, i membri e i funzionari della Commissione europea non hanno più il loro posto lì.

Per funzionare in modo adeguato, i poteri esecutivi e legislativi europei devono rappresentare l’Unione esattamente com’è oggi, ovvero continentale. E ciò senza attendere l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Sorry, guys, ma nessun “muddle through”. Niente orecchie indiscrete né doppio gioco al tavolo in cui si disegna la fondazione della nuova Unione europea.

Poi, serrare i ranghi fra i paesi membri che vogliono proseguire col progetto europeo e che, contrariamente a Boris Johnson, Nigel Farage, Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon (capo del partito di sinistra francese), rifiutano di ritornare all’Europa di una volta: quella delle guerre. Tre paesi, che rappresentano circa il 60 per cento del Pil della nuova Unione europea, hanno sempre avuto questa vocazione e avranno l’onere di redigere il nuovo progetto europeo prima di proporlo agli altri: la Germania, l’Italia e la Francia.

Che tipo di progetto? La Brexit ci ha mostrato i limiti e anche gli errori dell’Europa di Bruxelles: un’Europa burocratica che ha scordato il suo valore originario di sussidiarietà, e s’impiccia di promulgare norme sconnesse dalle nostre vite quotidiane, dimenticandosi di costruire infrastrutture energetiche, di difesa e di sicurezza comune. Un’Europa che si è ingrandita troppo velocemente, a causa della spinta britannica, e che ha integrato paesi corrotti, falsificatori di conti pubblici e che non hanno nulla a che vedere con l’Unione.

Un’Europa che è riuscita nell’impresa di arrivare ai ferri corti con la vicina Russia e che ha spinto alle estreme conseguenze un’agenda neoconservatrice che non ci appartiene. Questa Europa è obsoleta. È necessario costruire e accettare un’Unione a due velocità. Un nocciolo duro di paesi di serie A che vuole avanzare su un progetto politico, condividere più sovranità fiscale, militare e di bilancio, e in questo modo continuare ad avere accesso alla capacità di finanziamento che offre la Bce. E una serie B, coi paesi interessati soltanto al mercato unico.

Now that you are a fact, we shall deal with you” – ”Ora che avete un’esistenza concreta discuteremo con voi, diceva in modo cinico nel 1952 l’ambasciatore britannico al primo presidente della Comunità economica del carbone e dell’acciaio Jean Monnet, il quale era incuriosito dal fatto di rivedere tornare al tavolo della Ceca il rappresentante di un paese che aveva fatto di tutto per sabotarla. Ora è il nostro turno di “deal” col Regno Unito e con questo centro off-shore, fuori dal mercato europeo, che è diventata la City di Londra.

Non bisognerà umiliare nessuno e evitare qualsiasi forma di guerra commerciale. Ma nel divorzio che sta per compiersi, uno ha deciso di partire, la Gran Bretagna. L’altro, che non aveva chiesto nulla, resta, ed è responsabile del bene comune. L’Europa continentale non potrà costituire un mercato efficiente, un’economia prospera e un insieme di nazioni sovrane se accetta di finanziarsi off-shore come un mafioso.

Il centro finanziario degli Stati Uniti è a New York, non a Nassau alle Bahamas. Allo stesso modo, la nuova Unione europea dovrà possedere i mezzi per spostare il suo centro finanziario sul proprio territorio, non in prossimità di Boris Johnson e Nigel Farage. In questa rilocalizzazione, Francia, Italia e Germania, rispettivamente con Parigi, Milano e Francoforte, giocano una partita importante.