Dit i Nat è un caffè hipster del centro di Pristina e punto di incontro della comunità cosmopolita del Kosovo. Parlo con Besa, giornalista, della preoccupante crisi politica del suo giovane paese, la peggiore dall'indipendenza del 2008, e dalle sue parole emerge tutta la sua frustrazione. Come molti giovani kosovari con il suo livello di istruzione, Besa è contraria al governo kosovaro, benedetto dalla comunità internazionale. Un governo che, come chi mischia le carte, ripropone le stesse facce di sempre, alcune legate un tempo all'Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk,) e al suo passato criminale, come il presidente Hashim Thaçi. Besa e molti altri come lei vogliono che il paese volti pagina e si lasci alle spalle questa "casta" di ex-guerriglieri e la corruzione che impera. Dalla sua lettura della situazione e dal suo profilo sociale si capisce che è una simpatizzante del partito Vetevendosje (Autodeterminazione), temuto dall'Occidente e finito in questi giorni sulle prime pagine dei giornali per il lancio di lacrimogeni nel Parlamento di Pristina e per il boicottaggio di alcuni eventi come l'investitura di Thaçi inizio aprile.

Vetevendosje si batte per la piena sovranità del Kosovo, considerato ancora come sotto tutela internazionale, e per la fine dei negoziati con la Serbia promossi dall'Ue; a favore invece di un dialogo che sia meno svantaggioso per il Kosovo e possa scongiurare la creazione di una "mini Serbia" nel nord del paese, come successo in Bosnia con l'accordo di Dayton. Il suo carismatico leader, Albin Kurti, vuole l'unione del Kosovo con l'Albania, linea rossa per Ue e Stati Uniti, nonostante gli albanesi (e anche molti kosovari) non siano propensi all'idea. Vetevendosje guida l'attuale fase quasi rivoluzionaria nelle strade con l'obiettivo di rovesciare il governo. Una considerevole percentuale di giovani kosovari come Besa, pur non essendo nazionalista, lo vede quasi come l'unica alternativa a una classe politica corrotta o non crede nella politica istituzionale come possibile motore di cambiamento.

Pur non simpatizzando con i metodi populisti di Kurti e dei suoi, Besa critica la connivenza della comunità internazionale con le élite kosovare. Con un linguaggio che ricorda molto quello ascoltato in questi anni per le strade di Atene o Madrid o dalla viva voce dei rappresentanti di Syriza o Podemos, Besa afferma che Ue e Stati Uniti "dettano" gli accordi, come quello fra il Kosovo e la Serbia (Belgrado-Pristina, in gergo diplomatico) senza lasciare al suo paese alcun margine di iniziativa per vagliare alternative più convenienti per i propri interessi. Besa teme che se il Kosovo non si consoliderà come stato si rafforzerà il nazionalismo. Un punto su cui concorda anche un ministro del governo che, più tardi, in un ufficio con le bandiere dell'Ue, ricorda inoltre il rischio dell'islam radicale (finora minoritario nella regione) e la necessità di avanzare nel processo di integrazione europea, soprattutto per quanto riguarda aspetti tangibili, come i visti.

Una crisi democratica

In una piovosa Podgorica, a 159 chilometri da Pristina, Milica, un'attivista locale, racconta che le proteste contro il governo di Milo Đukanović – che, alternando la carica di primo ministro a quella di presidente, governa il Montenegro ormai da decenni – nascono dalla crisi democratica di questo paese candidato all'ingresso nell'Ue e in corso di adesione alla Nato. Corruzione, uno Stato ostaggio della cerchia del potere e di riforme ferme al palo, nonostante i "Report sui Progressi" dell'Ue, sono temi sempre all'ordine del giorno in Montenegro – e in tutti i paesi balcanici teoricamente avviati verso l'ingresso nell'Unione. Ma attori della società civile come Milica rifiutano alcuni gruppi dell'opposizione che hanno partecipato alle recenti proteste, come il Fronte democratico, che avrebbero trasformato un movimento civico, pro-diritti, in proteste filo-russe, anti-Nato ed etniche (difesa dei serbi del Montenegro). L'armamentario di immagini eroiche di Putin e bandiere russe si vede sempre più di frequente qui e in grandi concentrazioni simili a Belgrado o nella Republika Srpska, l'entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina.

A Skopje, Vanja (nome di fantasia) parla in dettaglio delle intercettazioni telefoniche fatte a circa ventimila persone, tra cui membri dell'opposizione e della società civile, e che vedrebbero coinvolte alte sfere del governo di Nikola Gruevski. La rivelazione di queste intercettazioni e la sensazione di un generalizzato abuso antidemocratico hanno portato, lo scorso maggio, migliaia di persone nelle strade della capitale macedone. Vanja e altri attivisti non ripongono molte speranze nell'accordo fra governo e opposizione, promosso dall'Ue nel 2015 – che prevede nuove elezioni e un procuratore speciale per indagare sulle intercettazioni – e non credono affatto nella possibilità di vedere imputati Gruevski e altre alte cariche dello Stato. Queste fonti sottolineano come in un contesto dove non c'è libertà di stampa e separazione tra i poteri cresce l'autoritarismo. Autoritarismo balcanico con sfumature nazionaliste, ispirato oggi a modelli che cominciano a essere conosciuti come "putinismo" o "erdoganismo", vista l'attrazione degli autocrati balcanici per i sistemi politici "illiberali" di Russia e Turchia. Vanya è d'accordo con i diplomatici inviati a Bruxelles nel criticare un'Ue per anni titubante di fronte a questo "scontro frontale" in Macedonia, paese candidato all'Ue e alla Nato. La recente decisione del presidente Ivanov di concedere la grazia a tutti i politici coinvolti nello scandalo intercettazioni, è, se possibile, un ulteriore passo che spinge la Macedonia ancor di più verso il baratro e che probabilmente farà scendere di nuovo la gente nelle strade.

“Kad sam gladan, ni sam svoj” (Quando ho fame, perdo il controllo). Due anni fa, a Sarajevo, Sumejana, un'avvocatessa bosniaca specializzata in diritto penitenziario, riassumeva la cosiddetta Primavera Bosniaca con questo motto, usato dai cittadini radunati nella vicina via Marsala Tita. All'epoca, questa ragazza in scarpe da ginnastica e jeans aderenti passava il giorno nei commissariati di polizia, seguendo casi di violenze ai danni dei manifestanti, e la notte nelle assemblee o "plenum" dove gente di ogni età si cimentava nell'esercizio della democrazia diretta, discutendo della privatizzazione delle fabbriche, della povertà sociale o di una nuova forma costituzionale non basata sulle nazionalità.

Scontro tra le élite e la società

Queste rivolte, a differenza dell'inizialmente pacifico Euromaidan ucraino, che in quei giorni si incamminava verso l'esacerbazione finale che portò alla fuga del presidente Yanukovich, erano scoppiate con violenza a Tuzla e Sarajevo. I politici bosniaci videro le loro auto scaraventate nel fiume e gli edifici pubblici in fiamme. Oltre a incutere timore a loro, le proteste fecero temere alla comunità internazionale un'estensione del conflitto, e si susseguirono tentativi interessati di manipolazione etnica per delegittimare una ribellione che di etnico non aveva niente e che nascondeva invece molta stanchezza e disperazione. Sumejana paragonava, con amarezza, queste centinaia di persone alle affollate terrazze dei caffè di Sarajevo o al milione scarso di bosniaci impiegati in una pubblica amministrazione elefantiaca, che dipendevano da questo o quel politico o dalla "stela". Stela, influenza, è il termine che indica la rete di contatti da cui spesso dipendono tanti impieghi pubblici. La Bosnia, concludeva, era “un paese affamato che ha perso la sua dignità”.

Oggi è impossibile stare in questa regione senza imbattersi negli indignados balcanici, la nuova realtà. Spesso questo territorio viene visto attraverso un prisma etnico o nazionalista, con lo spettro della guerra in agguato. Purtroppo ci sono anche questi elementi, e in abbondanza. A contribuirvi sono fatti come l'assoluzione da parte del Tribunale dell'Aja di Vojislav Seselj, il leader dell'ultranazionalista Partito Radicale serbo, che potrebbe tornare nel Parlamento di Belgrado dopo le elezioni che si terranno fra due settimane. Ma gli indignados e alcune proteste degli ultimi anni confermano che ci sono anche altre narrazioni, legate a questioni di classe e generazionali.

Il profilo Facebook degli attivisti giovani, minoritario ma evidente, è simile a quello che si vede a Tunisi, nell'Euromaidan ucraino e nei nostri paesi. Lo scontento diffuso, che riunisce più strati sociali, emerge da un brutale scontro fra realtà parallele. Da un lato, quella delle élite e dei cosiddetti "intoccabili" (che controllano il potere e sfuggono ai meccanismi democratici e giuridici); dall'altro, la narrazione del "progresso" e dell'ampliamento sostenuta dalle istituzioni europee e, infine, il paese e la società reali in cui poche cose cambiano. Questi sono i Balcani dove vivono le Besa, le Milica, i Vanja e altri più svantaggiati di loro, che non hanno alcuna prospettiva per il futuro a meno di avvicinarsi alla cerchia degli “intoccabili” o di emigrare.

Gli indignados balcanici aggiungono un altro elemento di complessità ai problemi della regione. All'Ue e ai suoi stati membri pongono una serie di dilemmi, a partire da quello molto grave che vede contrapposti l'ordine e la sicurezza a un reale cambiamento politico e a un vero pluralismo. Si ha l'impressione che l'Ue, impantanata nella propria crisi e alle prese con l'emergenza siriana e l'Isis, non avendo voglia di complicarsi ulteriormente la vita nei Balcani, talvolta privilegi i primi (soprassedendo ai deficit democratici dei nostri "soci") a scapito dei secondi. Ciò contribuisce a screditarla presso le forze riformiste, schiacciate fra autocrati e opzioni più radicali. D'altro canto, il panorama di queste proteste è vario e in genere si evolve rapidamente.

Ci sono elementi delle rivoluzioni colorate in alcuni casi (Skopje) e tinte più radicali e anche antieuropee in altri (come, ultimamente, in Montenegro), a mano a mano che aumenta la polarizzazione politica. Non è realistica una diplomazia che, in queste circostanze, si limita ad appoggiare una parte contro l'altra, e ancor meno che sostiene delle rivoluzioni. Ma non è realistico neanche sperare in un progresso graduale, senza instabilità, secondo il modello europeo, soprattutto quando le élite al potere non vogliono una vera integrazione europea democratica (potrebbero perdere il potere e l'attuale impunità) e quando la sfiducia verso questo modello, dentro e fuori l'Ue, non ha precedenti.

Il fatto è che, oggi come oggi, nei Balcani, nella disputa fra sistemi politici e nella gara a chi riesce a sedurre più cittadini, stanno vincendo attori come la Turchia di Erdoğan o la Russia di Putin – in maniera netta in Serbia, come dimostrano i sondaggi e la maggiore visibilità di forze ultranazionaliste e antieuropee che chiedono “Savez sa Rusijom”, l'alleanza con la Russia. L'Ue perde credibilità e viene identificata, a seconda delle categorie sociali, con l'appoggio agli autocrati o l'imposizione di standard "stranieri" come i diritti Lgbti. Anziché contrattare sui propri standard, l'Europa tutta, se davvero vuole sostenere la democrazia nei Balcani, deve cominciare a essere coerente con tali principi. Altrimenti, resterà vincolata o sottomessa agli autocrati dei Balcani e alla loro spirale di abusi, crimini e irresponsabilità, importandoli in un'Ue molto poco coesa. Nel frattempo, i Balcani prenderanno altre strade e rimarranno un buco nero nel cuore dell'Europa.