Il 30 ottobre il Canada e l’Unione europea hanno firmato a Bruxelles l’Accordo economico e commerciale globale (Ceta), che stabilisce una zona di libero scambio tra i due. Si sono concluse così due settimane di passione scatenate dal veto del parlamento della regione belga della Vallonia, che ha fatto slittare la firma del trattato, inizialmente prevista per il 27 ottobre.

Come tutti gli accordi commerciali europei cosiddetti misti, per essere valido il Ceta deve infatti essere approvato dai governi dei paesi membri e dal parlamento europeo, ed, eventualmente, dai parlamenti nazionali e regionali (se ne hanno la competenza). Il Belgio è l’unico paese i cui parlamenti (non meno di sette: camera e senato federali, parlamenti regionali vallone, fiammingo e di Bruxelles-capitale, comunità francofona e germanofona) devono esprimersi prima che un accordo venga firmato. Tutti avevano dato il via libera alla firma, tranne il parlamento della Vallonia, al quale si è associato quello della regione di Bruxelles-capitale. Il veto della Vallonia e di Bruxelles, con i loro 4,5 milioni di abitanti, è una conseguenza imprevista della federalizzazione spinta voluta dai nazionalisti fiamminghi, che invece ora premevano per l’adozione rapida del Ceta.

Il 14 ottobre l’assemblea di Namur, dove hanno sede le istituzioni vallone, ha negato al governo federale il mandato a firmare il Ceta. Il motivo, ha spiegato il ministro-presidente della regione, il socialista Paul Magnette, è che l’accordo non fornisce sufficienti garanzie in materia di agricoltura, di norme sociali e ambientali e di protezione giuridica, poiché imporrebbe di fatto gli standard canadesi meno elevati alle imprese e ai consumatori europei. In particolare suscita ampie riserve il previsto ricorso all’arbitraggio privato nelle cause mosse dalle imprese contro gli stati. Questo consentirebbe infatti a una multinazionale che investe in un paese straniero di denunciare uno stato che ha una politica contraria ai suoi interessi dinanzi a dei giudici privati. Una misura prevista anche dal controverso accordo di libero scambio in corso di discussione tra l’Ue e gli Stati Uniti (Ttip), e fra i principali motivi di stallo dei negoziati su quest’ultimo.

Nel suo sentito discorso al parlamento vallone – prendete il tempo di guardarlo: è un modello di pedagogia e di alta politica – , Magnette, docente di diritto europeo all’Università libera di Bruxelles, ha tessuto le lodi del “processo democratico” con il quale il Ceta è stato esaminato dai rappresentanti (associazioni, sindacati, partiti, ong) della società civile vallone e ribadito di “non essere ostile al commercio internazionale”, ma di voler difendere alcune questioni di principio.

“C’è un problema nel modo con il quale sono negoziati i trattati commerciali”, ha affermato Magnette, riferendosi anche al Ttip e ai negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. “Vogliamo regole sociali, economiche e ambientali che trasferiscano nelle relazioni tra gli stati ciò che siamo riusciti a costruire all’interno dei nostri paesi in decenni di lotte sociali. Vogliamo che il Ceta sia l’occasione per fissare nei trattati commerciali degli standard elevati al punto che diventeranno la norma europea, anche per i negoziati futuri. È questa la posta in gioco”. Citando la necessità della trasparenza nella cosa pubblica evocata da Kant, Magnette ha anche criticato “l’opacità dei negoziati” sul Ceta, che si sono svolti a porte chiuse per oltre sei anni.

Al rifiuto vallone sono seguiti dieci giorni di intense pressioni su Magnette da parte dei leader di mezza Europa, a cominciare da un altro socialista, il presidente francese François Hollande, e di diversi commissari europei. Persino il primo ministro canadese, il popolare ed apprezzato in Europa Justin Trudeau, ha chiamato il premier belga Charles Michel per fargli parte del sentimento di “umiliazione” provato dal Canada nel sentirsi definito il “cavallo di Troia degli Stati Uniti”, avvertendolo che Ottawa “non andrà oltre nelle concessioni” fatte alle richieste europee. Trudeau ha a un certo punto anche mandato a Namur la ministra per il commercio estero Chrystia Freeland, che è però tornata a mani vuote dopo un’andata e ritorno lampo.

Malgrado le pressioni e gli ultimatum della commissione e del consiglio europei , Magnette, soprannominato “Wallonix” in riferimento agli irriducibili galli di Astérix, ha retto, grazie anche al sostegno del leader del Partito socialista belga Elio Di Rupo e dei suoi compagni di coalizione, della stragrande maggioranza della popolazione francofona belga e da migliaia di messaggi di sostegno via email e sui social network. I consulenti giuridici del governo vallone hanno continuato a lavorare sul testo finché, nel primo pomeriggio del 27 ottobre, fuori tempo massimo quindi rispetto al momento previsto per la firma solenne dell’accordo in presenza dei leader dei Ventotto e di Trudeau, a Bruxelles, il governo belga ha annunciato che era stato raggiunto un accordo con la Vallonia. L’indomani il parlamento federale lo ha approvato e domenica 30 Trudeau e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk lo hanno firmato. Al Ceta, che rimane intatto, sono state aggiunte tre “dichiarazioni interpretative” sulla protezione sociale, sulle importazioni agricole e sulle corti arbitrali – sostituiti da tribunali permanenti formati da giudici nominati dagli stati –, che equivalgono a emendamenti giuridicamente vincolanti, e toglie il suo veto.

Il Ceta può ora essere applicato provvisoriamente, tranne per i tribunali, poiché il governo belga si è impegnato ad adire la Corte di giustizia dell’Ue per avere il suo parere su questo punto. Per l’entrata in vigore formale occorre la ratifica del parlamento europeo (probabilmente non prima dell’inizio dell’anno prossimo) e delle stesse assemblee nazionali o regionali che hanno approvato il primo testo. Un processo che potrebbe impiegare anni e che potrebbe riservare altre sorprese, in particolare in Germania, in Lussemburgo e in Austria, dove i movimenti anti Ceta e anti Ttip sono virulenti almeno quanto in Belgio e dove l’opposizione è molto influente a livello regionale.

Nella vicenda, le autorità federali belghe e quelle europee sono state particolarmente maldestre e hanno sottostimato la determinazione (e la preparazione) di Magnette e dei suoi. Entrambe hanno ignorato le riserve espresse dal governatore della Vallonia oltre un anno fa alla commissaria per il commercio Cecilia Malmström e al governo federale belga. Delle riserve che, osserva il corrispondente a Bruxelles del Monde Jean-Pierre Stroobants, “evidentemente per pigrizia o ignoranza della realtà del complicato Belgio, non sono state prese sul serio” dalla commissione. Malgrado lo scambio di informazioni tra Bruxelles e Namur sui negoziati, commissione e governo federale hanno preferito aspettare l’ultimo momento per negoziare. Una tattica che di solito funziona, perché aggiunge la pressione morale della scadenza internazionale che si avvicina e degli ultimatum autorevoli, ma che non ha funzionato in un contesto – quello belga – nel quale il negoziato a oltranza fa parte della cultura politica e nel quale “tutto è negoziabile, tranne il negoziato”.

La vicenda del Ceta ha anche ricordato che i parlamenti hanno e possono avere ancora un ruolo centrale nelle democrazie occidentali: quello di garantire che le leggi corrispondano effettivamente all’interesse pubblico e di fungere da cinghia di trasmissione tra cittadini e istituzioni internazionali, nell’interesse di entrambi. Infine, ha probabilmente cambiato il modo in cui vengono negoziati i trattati commerciali internazionali: anche se i trattati europei gli affidano questo mandato, la commissione non potrà più discuterli per conto suo a porte chiuse, senza rendere conto pubblicamente dello stato dei negoziati ai parlamenti degli stati membri e, più largamente all’opinione pubblica europea. E già questo è un passo avanti notevole sulla via di un’Europa più trasparente e democratica.