Questa volta, pare sia quella buona.

L’Austria ha votato, di nuovo, in un ballottaggio che ha visto prevalere il candidato indipendente Alexander Van der Bellen, sostenuto dai Verdi, contro il candidato di estrema destra Norbert Hofer. Van der Bellen ha vinto con il 51,7 per cento dei voti.

Da austriaco che vive all’estero, sono rimasto sorpreso che questo “terzo” round delle elezioni presidenziali austriache non abbia catturato l’attenzione dell’opinione pubblica europea tanto quanto il secondo turno svoltosi nel maggio di quest’anno. Forse è successo perché eravamo tutti stanchi.

Stanchi di dover di nuovo descrivere l’inesistente impegno dell’Austria nel gestire il suo passato nazional-socialista; stanchi di dover per l’ennesima volta analizzare come negli ultimi decenni i partiti tradizionali abbiano trasformato la politica austriaca in una noiosa serie di attacchi di sonnambulismo, durante i quali le grandi coalizioni hanno governato una dopo l’altra. Tuttavia, nonostante lo scarso significato politico della presidenza, e la relativamente bassa importanza dell’Austria nella politica europea e internazionale, la valenza simbolica del voto di domenica non si è ridotta.

L’Austria rappresenta tanto un segnale di speranza per le forze politiche progressiste di sinistra e di destra che rifiutano l’estremismo, quanto un monito a tutti i partiti tradizionali che credono nella continuazione della prassi consolidata. La vittoria di Van der Bellen non rappresenta un sostegno alla prosecuzione della politica consolidata. E in un’annata politica dominata da sconvolgenti decisioni anti-sistema, come il voto sulla Brexit o l’elezione di Donald Trump, accompagnate dall’aumento dei consensi per l’estrema destra in tutta Europa, l’Austria costituisce in egual misura un’eccezione e la regola.

È un’eccezione perché l’opzione populista alla fine non ha vinto, ed è la regola perché l’opzione populista ha raggiunto lo status di corrente politica tradizionale.

La vittoria di Van der Bellen pare voglia proclamare almeno qualche buona notizia per la sinistra europeista: la maggior parte della crescita dei consensi è derivata da elettori che non si erano recati alle urne in maggio, secondo l’analisi dell’emittente statale Orf.

Circa 150mila persone in più rispetto a maggio ha preferito andare a votare piuttosto che rimanere a casa. L’esempio austriaco può certamente essere interpretato come una vittoria della sinistra in senso ampio, guidata da un candidato progressista e filoeuropeo. Una vittoria che non dovrebbe essere sottovalutata: l’allarme su un imminente arrivo al potere della destra estrema in Europa, nella migliore delle ipotesi, non influenzerà le decisioni degli elettori, e nel peggiore dei casi li spingerà fra le braccia dei populisti.

Come scrissi in maggio, dopo che Alexander Van der Bellen aveva vinto di misura le elezioni poi annullate, “per metà dell’elettorato votare per un candidato di estrema destra non è più un tabù”. Questo non è cambiato. Il candidato dei Verdi ha vinto. Ma la destra estrema non ha perso terreno.

La versione del Partito della Libertà (Fpö) di Hofer ha mostrato i suoi effetti durante la notte elettorale, dal momento che il partito non era mai riuscito a ottenere una percentuale così grande di voti. E Marine Le Pen dalla Francia ha già caldeggiato una vittoria del collega austriaco alle prossime elezioni parlamentari. Infatti l’Fpö col suo leader Heinz-Christian Strache, è in testa nei sondaggi nazionali.

L’Austria non ha una tradizione di “coalizione nazionale” contro l’estrema destra. Questa tornata elettorale può costituire la prima testimonianza di un movimento del genere: sebbene il partito di centro-destra Partito Popolare Austriaco (Övp) non abbia ufficialmente appoggiato il candidato, la maggior parte dei leader di partito si sono espressi in favore di Van der Bellen. L’endorsement del segretario dell’Övp Reinhold Mitterlehner, oltre ad aver creato tensioni all’interno del partito, è stato accusato da Hofer di averlo portato alla sconfitta.

Ma di fronte alla prospettiva di una dura sconfitta alle elezioni politiche, l’Övp potrebbe presto riconsiderare questa posizione, in modo da poter arrivare a governare in coalizione con l’estrema destra rappresentata dall’Fpö, come già successo per il governo in carica dal 2000 al 2006.

Come avevo scritto sempre in maggio, “il paese resta polarizzato tra due visioni del mondo: una aperta e filo-europea, e una nazionalista che promette di chiudere le frontiere e rifiutare l’Ue”. Nemmeno questo è cambiato. Van der Bellen ha già promesso che lavorerà con tutti e per tutti gli austriaci, ma questo probabilmente non ostacolerà le realtà in contrapposizione in cui vivono i sostenitori dei due candidati. In un certo senso, l’Austria è soltanto un’altra democrazia occidentale alle prese con le sfide dei social media, o, come viene definito in certi casi, con la “post-verità”. L’Austria non aveva mai vissuto una campagna così odiosa.

Ora, dopo quasi un anno di campagna elettorale, ha vinto il candidato ecologista. Ma l’estrema destra non è arretrata affatto. Il paese è diviso. Sono sicuro che le ferite si rimargineranno, ma, come è già successo dopo altri appuntamenti elettorali in tutta Europa in cui i partiti tradizionali hanno scampato per poco una pesante sconfitta senza che ciò portasse a un vero cambiamento, si rimargineranno soltanto il superficie.