Li hanno soprannominati “Rivoluzione S.p.a.”: hanno formato attivisti e movimenti di opposizione nella maggior parte dei regimi dittatoriali del pianeta. I loro metodi sono stati messi al servizio degli “eserciti” un po’ ovunque, dalla rivoluzione delle rose in Georgia nel 2003 a quella dei tulipani in Kirghizistan nel 2005. Oggi appoggiano il movimento rivoluzionario che dilaga nel mondo arabo.

“Sì, è vero, abbiamo addestrato alcuni giovani del Movimento 6 aprile [il gruppo nato su Facebook che ha dato il via alle manifestazioni di protesta] in Egitto”, confida Srdja Popovic, leader del Canvas (Centro per le strategie e l’azione nonviolenta applicata) di Belgrado, i cui dirigenti sono veterani del movimento di resistenza civica Otpor!.

Srdja Popovic però non ha intenzione di vantarsi e quasi si innervosisce quando le si chiede se Otpor! esporta rivoluzioni: “Non si arriva da qualche parte con la rivoluzione in valigia. È la loro rivoluzione, e i consulenti stranieri servono solo ad aiutarli. Rischiano la vita per la libertà altrui, ma la vittoria appartiene ai popoli, al 100 per cento!”

Srdja Popovic è uno specialista di lunga data di disobbedienza civile e resistenza pacifica. Nel 1998, a 25 anni, fondò Otpor! con una dozzina di amici mentre studiava biologia all’università. Milosevic avrebbe presto festeggiato i dieci anni al potere e si stava preparando a intervenire in Kosovo.

In un ristorante universitario di Belgrado i giovani misero a punto le regole di un nuovo movimento di resistenza, ispirato al Mahatma Gandhi e alla lotta all’apartheid. Seppero dare però al loro movimento un’immagine giovanile e alla moda, che attirò anche i giovani non politicizzati.

Il loro marchio di fabbrica erano le azioni fantasiose che attiravano l'attenzione dei media. Sfidavano e schernivano il regime, ma affrontavano soldati e poliziotti armati soltanto di fiori. Otpor! seppe capire, insomma, che Milosevic sarebbe caduto soltanto quando avesse perso il sostegno di polizia ed esercito.

Puntare ai pilastri

“Sono questi metodi e questi messaggi che spieghiamo ora agli attivisti degli altri paesi”, dice Srdja Popovic. “Nei nostri corsi chiediamo loro di identificare i pilastri del regime e poi suggeriamo di non attaccarli frontalmente, perché ciò porterebbe soltanto alla violenza, bensì di farli passare dalla loro parte”.

All’inizio della sollevazione contro Hosni Mubarak si sono visti per le strade del Cairo e in piazza Tahrir membri del Movimento 6 aprile che portavano l’insegna di Otpor!, un pugno bianco chiuso su sfondo nero. Tra loro c’era anche Mohammed Adel, un blogger di 22 anni che in un’intervista ad Al-Jazeera ha raccontato: “Ero in Serbia e mi sono esercitato a organizzare manifestazioni pacifiche, imparando le tattiche migliori per opporre resistenza all’aggressività dei servizi di sicurezza”.

Quando alla fine del 2009 è tornato in Egitto aveva in valigia una guida delle attività sovversive che ha fatto circolare tra gli altri membri del Movimento 6 aprile e del gruppo di opposizione Kifaya. Appena un anno dopo, quegli insegnamenti sono stati messi a frutto.

Srdja Popovic ritiene che il fattore decisivo è “il potere popolare”. Nessuna rivoluzione assomiglia a un’altra, ma esiste tutto un arsenale di strumenti a cui si può fare ricorso efficacemente ovunque. “Ogni regime, anche il più repressivo, può essere rovesciato con mezzi pacifici”, assicura. (traduzione di Anna Bissanti)