La Germania è stata un impero, un guazzabuglio di principati, una dittatura e poi una carcassa. Nei venti anni trascorsi dalla sua riunificazione è stata finalmente un paese normale. Non appena è diventata un paese normale, però, subito è finita sotto i riflettori. La cancelliera tedesca Angela Merkel è uscita dalla crisi finanziaria del 2008 come l'unico impresario di tutta la zona euro.

L’anno scorso ha salvato la valuta comune dal disastro e ha portato soccorso all’economia greca in bancarotta, operazione che potrebbe dover ripetere adesso per altri membri del club. Il suo paese cavalca l’Europa come non accadeva dagli anni quaranta, si può dire, ma questa volta con una leadership meno resoluta e con più generosità.

Visitare Berlino, la capitale ricostruita, significa scoprire un luogo completamente trasformato: le cicatrici della divisione tra le due Germanie sono sparite insieme al Muro, e così pure ogni traccia residua del Terzo Reich. Dalla cartina di Berlino pian piano sono stati cancellati i due traumi che hanno segnato la Germania.

Al loro posto sulle sponde della Spree sono stati ricollocati i monumenti classici prussiani, come imponenti soldati che si rincuorano a vicenda parlando di ricordi comuni. Dietro di loro si stende una città strana, ancora in parte ferita, presa d’assedio dalle banali architetture postbelliche.

Berlino soffre di un forte affaticamento edilizio e di carenza di suolo pubblico. Le manca il calore di Monaco, l’elegante plutocrazia di Francoforte, le frenetiche attività commerciali del Reno. I berlinesi detestano sentirsi dire quanto sia conveniente la loro città, per non dire di quanto appaia vuota. Ed è entrambe le cose.

La maggior parte dei britannici crede che la Germania sia affetta da un’incessante megalomania e che ogni sua mossa sia condizionata dalla sua storia. Invece è esattamente il contrario, uno spot delle virtù economiche e culturali dell’essere piccoli e in posizione cruciale. Se si esclude il belligerante secolo tra Bismarck e Hitler, il delizioso paese dei troll di Simon Winder e delle vergini del Reno, le foreste e la birra, le efficienti fabbriche e i suoi alberghi puliti hanno dato vita alla Riforma, al Rinascimento del nord Europa, alla rivoluzione industriale senza nessuno dei segni esteriori del super-stato.

Quando nel 1945 gli alleati si sono impegnati a creare le condizioni per “tenere a freno la Germania”, hanno optato per lo storicismo dei principati pre-Bismark e per le “libere città”. Il miracolo economico pertanto non è scaturito soltanto dall’etica tedesca del lavoro, ma dal decentramento, dalla concorrenza della società civile, dallo spirito imprenditoriale. La Germania è rimasta un paese molto decentrato. La sua classe dirigente e buona parte della sua vita culturale possono anche essere tornati nella rinata capitale, ma il cuore pulsante della sua finanza è a Francoforte, le sue industrie nella Ruhr, i suoi giornali a Monaco e Francoforte.

La costituzione postbellica ha lasciato di proposito alla Germania una certa debolezza, una sovrabbondanza di coalizioni, l’autonomia dei Lander e elezioni continue. Ma la democrazia – della quale possiamo dire che i tedeschi non avessero esperienza alcuna – si è dimostrata forte. La facilità con la quale i tedeschi dell’ovest hanno assorbito i loro concittadini dell’est dopo il 1989, con una spesa di oltre mille miliardi di euro, è stata sbalorditiva.

Corporativismo di successo

Questa fusione di democrazia e forza industriale resta tuttora il bene più importante della Germania. Per i “liberal” americani è esasperante scoprire che il corporativismo sociale tedesco dà ancora ottimi frutti, con i cartelli finanziari e le commistioni di sindacati e management. A ciò si deve il fatto che dal 2000 fino alla crisi i costi della manodopera tedesca hanno continuato incessantemente a scendere, mentre quelli di Francia e Gran Bretagna aumentavano.

Durante la recessione i datori di lavoro tedeschi non hanno licenziato i dipendenti quando la domanda precipitava, ma i lavoratori hanno accettato tagli di stipendio e durante la depressione le banche hanno sostenuto le aziende. Così queste ultime hanno potuto uscire quasi indenni dalla recessione, con una forza di lavoro intatta e pronta a espandersi. Ma mentre all'estero si stupiscono per un tasso di crescita del 3,7 per cento, i tedeschi vedono pericoli ovunque.

Tanto per cominciare, la popolazione tedesca non aumenta, sta invecchiando ed è formata in buona parte da pensionati. L’iniezione di 16 milioni di tedeschi dell’est si è ormai esaurita. Il paese ha una forza lavoro in contrazione e una popolazione la cui crescita è sostenuta soltanto dall’immigrazione. Il consiglio berlinese per l’integrazione e la migrazione prevede che entro il 2050 metà dei cittadini tedeschi sarà di origini estere. L’arcaico sistema scolastico, pur continuando a sopravvivere grazie al welfare, è un tema politico costantemente dibattuto.

Negli ultimi 10 anni la percentuale di tedeschi che ritiene “iniqua” la società è salita dal 50 al 75 per cento e anche se questa può sembrare una faccenda che riguarda solo i tedeschi, di fatto ogni questione tedesca riguarda l’Europa, se la Germania non se ne occupa.

Il rapporto più importante, in questo momento, è con la Francia, la nazione che ha sconfitto la Germania una volta e ne è stata sconfitta tre volte in due secoli. Il loro rapporto non si basa più sulla vecchia battuta secondo cui la Germania maschererebbe le debolezze della Francia e la Francia la forza della Germania. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha un disperato bisogno della disciplina tedesca nell’euro, per piegare i sindacati e il suo vorace settore pubblico. In pratica, è come se avesse invitato Bismarck alle porte di Parigi.

L’euro è stato accettato con riluttanza dai tedeschi, è stato considerato il talismano dell’Unione europea, un modo per proteggere i mercati delle esportazioni tedesche in tutta Europa. L’anno scorso, però, l’opinione pubblica tedesca avrebbe volentieri fatto ritorno alla sua vecchia valuta. In Grecia all’epoca c'era un violento sentimento anti-tedesco, che rispecchiava perfettamente il sentimento anti-greco provato dai tedeschi. Il tabloid Bild inviò alcuni giornalisti a distribuire mazzette di vecchie dracme ai passanti ateniesi, un gesto di derisione e disprezzo.

I tedeschi sono tornati

Nel 1989, con un madornale errore di valutazione, Margaret Thatcher si oppose strenuamente alla riunificazione della Germania. "Abbiamo sconfitto i tedeschi due volte, e ora sono tornati", disse. Ma su quest'ultimo punto aveva ragione: i tedeschi sono tornati.

Il concetto stesso di una nazione che “guidi” una federazione tanto eterogenea e finanziariamente compromessa quanto l’Ue è instabile: potrebbe anche darsi che la Germania non permetta all’euro di fallire. Rischierebbe infatti di ritrovarsi circondata da mini-repubbliche di Weimar. Molto, in ogni caso, dipenderà da politici che abbiano la sensibilità di Merkel e del suo predecessore Gerhard Schröder. Molto, insomma, dipenderà dalla “leadership” tedesca.

Le trattative in corso questo mese sul “patto per l’euro” propongono una nuova disciplina economica alle nazioni della zona euro, e intendono regolarne il bilancio, l’indebitamento e la politica fiscale. Il patto prevede in sostanza una grande macro-economia, a capo della quale c'è la Germania.

Questo è il prezzo che gli elettori tedeschi chiedono per il continuo trasferimento di risorse verso gli stati più deboli. Questa è “l’unione più stretta che mai” per cui gli scettici pronosticano una fragile economia, germanica e dirigista al centro, latina e ribelle tutto intorno.

Questa è l’Europa che la nuova Germania con ogni probabilità si troverà a guidare. Le è rimasto poco tempo prezioso per maturare in una nuova egemonia, ma né essa né l’Europa hanno alternative. (traduzione di Anna Bissanti)