Quando leggete queste righe, forse Bengasi è caduta, e finalmente la famosa Comunità Internazionale potrà dire, sospirando, che è troppo tardi per intervenire. Potrà aggiungere, alzando le spalle, che i ribelli hanno millantato credito e si sono fatti espugnare con qualche bombardamento e "col gesso". Solo che non è più in questione il credito militare dei ribelli, ma la sorte di una popolazione civile in balia della rappresaglia.

Per parlare di oggi, vorrei ricordare due date dell´altro ieri. Il 15 aprile 1986 due missili Scud lanciati dalla Libia si inabissarono a un paio di chilometri dalla costa di Lampedusa. Undici giorni dopo, il 26 aprile, esplose il reattore di Chernobyl. I missili libici rispondevano a un massiccio attacco aereo americano mirato a uccidere Gheddafi. Uccise una sua figlia piccola e alcuni civili, il dittatore se la cavò (avvertito, si disse poi, dal governo di Craxi e Andreotti). Quanto alla nube di Chernobyl, fu portata qua e là sull´Europa; da noi si presero misure restrittive sul latte e le verdure. Lampedusa, che non era ancora così affollata, apparve per un momento come una fortunata terra di nessuno, appena a nord della gittata dei missili libici, appena a sud della nuvola radioattiva.

Sono passati venticinque anni, Gheddafi completa la riconquista, la Comunità Internazionale maschera meglio l´imbarazzo dietro la commozione per il disastro giapponese e lo spavento nucleare. Che cosa è successo, in venticinque anni, che ha fatto passare da una ritorsione militare americana condotta con ben 24 bombardieri su molti obiettivi libici, comprese Tripoli e Bengasi, il cui movente dichiarato era l´attentato sanguinoso in una discoteca tedesca, all´omissione di ogni azione quando il dittatore scatena contro la popolazione insorta la sua schiacciante macchina militare? Tante cose, certo, dalla Somalia 1993 all´11 settembre, e la guerra in Iraq e in Afghanistan … Questo spiega l´astensione di Obama, benché non le dia ragione. Ma l´Europa? L´Europa fa affari grossi in armi, ma quando si tratti di un´azione di polizia diventa più pacifista di un fachiro indù, "per non disturbare". L´Europa è quella che ha lasciato massacrare la Bosnia per anni – e la Bosnia era europea – finché Clinton ne ebbe abbastanza. Dall´Europa si vedeva il fumo di Sarajevo a occhio nudo, si vede a occhio nudo il fumo di Bengasi. Il fumo è la verità dell´Europa.

Non si accorgono, le potenze democratiche (le chiamiamo così?) che una simile inerzia di fronte alla rappresaglia dei miliziani di Gheddafi rivaluta a posteriori l´impresa unilaterale di Bush contro Saddam? Saddam scommise, come Gheddafi oggi, sull´impotenza delle potenze democratiche, lui sbagliò la sua puntata, Gheddafi l´ha azzeccata, a quanto pare. Le potenze democratiche l´hanno bandito e additato al tribunale internazionale, gli hanno dato tutto il tempo di riaversi dal colpo della ribellione e di ricomprarsi le sue forze armate, e hanno fatto da spettatrici a una riconquista che consegna alla vendetta una gente inerme. La quale, ubriaca di liberazione, ha avuto l´ingenuità di intimargli la resa, come un condannato può intimarla al plotone di esecuzione, convinta di avere alle spalle il sostegno, oltre che gli applausi, delle potenze democratiche.

Il dilemma è ormai antico, nuovo è solo il contesto in cui si pone. Che esistano una giustizia e un tribunale internazionale senza che esista una polizia internazionale è una boutade. La giustizia internazionale – se non l´aspirazione morale, il minimo di legalità nelle relazioni sociali – sconta l´incapacità a misurarsi con corpi separati troppo potenti, come le banche troppo-grandi-per-fallire, gli Stati troppo grossi per essere messi agli arresti, a cominciare dal più grosso, la Cina. Ma se Cina e Russia sono troppo grosse per fischiar loro la contravvenzione, non lo siano almeno tanto da imporre il veto ad azioni di difesa del diritto e delle vite umane in ogni punto del pianeta. Gheddafi può essere arrestato, o mandato a quel paese, almeno quando una buona parte dei suoi sudditi gli si è ribellata.

Si può avanzare un´obiezione, cui peraltro ha già risposto il diritto-dovere di ingerenza umanitaria, dove se ne diano le condizioni, e qui perfino l´avventurosa imputazione di crimini contro l´umanità: che un´insurrezione che non conti sulle proprie forze non è legittimata a vincere. Non è vero, e lo è stato molto di rado, Risorgimento compreso, per non dire della Resistenza. Una moderna dittatura dinastica e tribale, come quella di Gheddafi, confisca una ricchezza sufficiente a mantenere una vasta base sociale e una forte milizia pretoriana, sfruttando un lavoro servile innumerevole, un popolo di formiche invisibile fino a che non si è rovesciato sui confini. Ci sono in Africa situazioni esemplarmente complementari, quella libica, dove una rivolta ottiene un vastissimo riconoscimento internazionale, inclusa la Lega araba, e viene abbandonata alla repressione, e quella della Costa d´Avorio, in cui la vittoria di un candidato – Ouattara – in elezioni riconosciute regolari dall´Unione africana, viene rifiutata dal despota uscente, Gbagbo, precipitando il paese nel sangue. E intanto l´unico intervento militare straniero avviene nel Bahrein ad opera dell´Arabia Saudita, e sia pure su richiesta del sovrano, per soffocare la ribellione della maggioranza sciita.

È difficile certo seguire una rotta ferma nell´incandescenza del mondo, e tanto meno una rotta che non voglia deridere troppo i principii solennemente proclamati. Ma il piccolo cabotaggio non rende quando le onde sono così alte. L´Europa sembra più divisa che mai. La Francia di Sarkozy l´ha sparata troppo grossa e intempestiva per non dare l´impressione di cedere a un tornaconto elettorale, a qualche vanità personale, e al peso delle perdite in Afghanistan o della disgraziata operazione di liberazione di ostaggi in Niger: ma almeno l´ha detto. Così la combattiva posizione di Cameron, che in altri tempi sarebbe stata presa sul serio, ha un timbro meramente retorico. (E c´è solo da augurarsi che la riconsegna, nell´estate 2009, di Al-Megrahi, l´"eroe nazionale" di Lockerbie, non abbia aperto la strada alla concessione di prospezioni di profondità nel Golfo della Sirte, nell´estate scorsa, a quella BP fresca del disastro nel Golfo del Messico; rispetto al quale il Mediterraneo è una piscina domestica). Angela Merkel ha usato un´espressione rivelatrice: vuole «aspettare e vedere come si evolve la situazione». I prossimi popoli che covano voglie di ribellione e libertà sono avvisati.

Si direbbe che le stonature stridenti nei pronunciamenti europei siano in effetti il concerto di un continente unito nell´intenzione di lavarsene reciprocamente le mani. L´Italia poi è irrilevante, e tiene a esserlo. Ogni giorno che passa rende lo scioglimento più arduo. Che la banda Gheddafi se ne vada per via di persuasione e qualche embargo, è impensabile. Che si rimetta saldamente in sella e tutti ricomincino a trafficarci come prima, è il sogno di molti, ma difficile da realizzare. E allora? Allora, siccome il tempo è un fattore decisivo per qualunque sbocco, l´Europa prende, cioè perde, tempo. È questo perdere tempo, l´Europa.