Dopo quanto visto all'Eurofestival, far entrare Israele e Palestina nell’Unione europea non sarebbe una soluzione al conflitto?

All’ultimo festival dell'Eurovisione, svoltosi a Mosca il 12, 14 e 16 maggio, per Israele hanno partecipato un’araba e un’ebrea che cantavano insieme per la pace. Il brano, intitolato There must be another way (Deve esserci un’altra via), con versi in arabo, ebraico e inglese, invita alla coesistenza pacifica nel Medio Oriente con frasi come: “E quando piango, piango per tutti quanti noi. Il mio dolore non ha nome. E quando piango, piango per il cielo impietoso e dico: deve esserci un’altra via”.

Normalmente avrei alzato lo sguardo al cielo impietoso e dileggiato le assurde pretese di una coppia di star della canzonetta, ma il brano mi ha ricordato una conversazione che ho avuto con un palestinese di nome Saad. L’ho incontrato a Ramallah il mese scorso e mi ha colpito dicendo di avere la soluzione al conflitto israelo-palestinese: l’Unione europea dovrebbe accogliere come membri Palestina e Israele e assorbirli in una nuova identità nazionale europea che elimini le ragioni del loro conflitto. “Dobbiamo cambiare paradigma”, ha detto Saad. “Dobbiamo portare il discorso a un livello sovranazionale”.

Gli ho fatto notare che il piano ha piccolo difetto: Israele non è in Europa. “Israele partecipa già a tutte le maggiori competizioni sportive europee e al festival Eurovisione, mentre la Palestina è finanziariamente a carico dell’Ue”, ha risposto Saad. Ho ribattuto che l’idea è palesemente assurda, perché Israele e Palestina hanno una loro identità distinta. Saad ha concordato sulla questione dell’identità, ma ha suggerito che la prospettiva di ottenere la cittadinanza europea e diventare membri Ue avrebbe un grosso peso.

La consapevolezza dei vantaggi dell’appartenenza all’Unione europea diventerebbe un importante fattore nel riformare l’identità di entrambe le nazioni. Ottenere la cittadinanza di un qualsiasi paese Ue è l’aspirazione di molti israeliani e palestinesi. Un altro punto a favore di questa soluzione è che non ci sarebbe nessun trasferimento immediato di persone; dopo aver preso atto della possibilità di andare e venire dalla loro zona di residenza resterebbero tutti dove sono.

Secondo Saad, le conseguenze dell’appartenenza all'Europa si farebbero sentire immediatamente. “Gli israeliani non dovrebbero più fare i soldati a vita e i palestinesi non dovrebbero più battersi per la libertà. Le prospettive di un futuro migliore per entrambe le generazioni – ciò che adesso spinge i palestinesi a chiedere asilo nei paesi dell’Unione e gli israeliani a cercare tra gli antenati per rivendicare la cittadinanza europea – sarebbero il principale fattore di accettazione della nuova identità”. Inoltre l’applicazione delle leggi, l’aumento dell’indennità di disoccupazione e il miglioramento delle condizioni economiche avrebbero un impatto positivo su tutta la comunità.

Anche l’idea della libertà inciderebbe profondamente sulla mentalità delle due popolazioni. “Diventeremmo tutti cittadini“, mi ha spiegato. “I palestinesi non sono cittadini; in base alle leggi israeliane, tutti i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono considerati abitanti. Le restrizioni sugli spostamenti saranno eliminate. La gente si sposterà da un posto all’altro, e da e verso l’Europa”.

Si farebbe inoltre terra bruciata attorno agli estremisti, che non potrebbero più usare il conflitto israelo-palestinese come scusa per continuare le ostilità. La Palestina cesserebbe di essere un paese in via di sviluppo, e anziché ricevere aiuti entrerebbe a far parte del processo di generazione finanziaria. Israele otterrebbe la sua ambita sicurezza e diverrebbe una società normale.

Non ero convinto di questo piano quando mi è stato proposto, e ho tuttora dei dubbi sulla sua attuabilità, ma ne sono rimasto affascinato. Poi l'Eurofestival e il pensiero delle imminenti elezioni per il parlamento europeo mi hanno ricordato la conversazione con Saad: come nella canzone israeliana in gara, il messaggio a chi cerca una soluzione al conflitto israelo-palestinese è che deve esserci un’altra via.