I servizi di sicurezza serbi hanno arrestato Ratko Mladic nella casa del cugino a Lazarevo, nel nord della Serbia. Per l'esattezza hanno arrestato un cittadino che si presentava sotto il nome di Milorad Komadic, il che ricorda l'arresto nel 2008 di un certo Dragan Dabic, più noto come Radovan Karadzic. La Serbia ha così voltato una pagina importante della sua storia, allontanandosi – anche se molto lentamente – dal suo bellicoso passato. Un passato che non ha più eredi politici legali, ma che ha fatto molte vittime e prodotto molti carnefici. La Serbia ha anche chiuso definitivamente i suoi conti con la giustizia internazionale.

Ma anche se questa macabra storia è prossima alla fine, molti interrogativi rimangono ancora senza risposta: perché è durata così a lungo? Perché Mladic non è già da anni all'Aia? Perché i governi precedenti non sono riusciti ad arrestarlo, perché la “caccia”, vera o presunta, aveva sempre due o tre giorni di ritardo rispetto al fuggiasco? Le istituzioni dello stato, quanto meno alcune, sapevano dove si nascondeva Mladic e preferivano non intervenire per calcolo politico? Ci si può chiedere anche se durante i governi precedenti, soprattutto sotto quello di Vojislav Kostunica, esistesse veramente la volontà di arrestare e inviare Mladic al Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, e se l'assenza di questa “volontà politica” non debba essere considerata una violazione della legge con gravi conseguenze giudiziarie.

Si tratta di domande legittime e importanti alle quali il potere deve dare risposte credibili. Tuttavia quello che importa oggi è l'atto che ha permesso di mettere fine a questa lunga caccia. Un atto che dà una grande occasione alla Serbia per uscire da questo circolo vizioso. Sarebbe troppo facile credere che Mladic e Hadzic [l'ultimo latitante, anche lui accusato di crimini di guerra] rappresentino l'unico e il più grave problema della Serbia sulla strada che porta alle istituzioni euro-atlantiche. Ma se questo punto non fosse stato risolto, non vi poteva essere alcun progresso sostanziale, tanto più che la politica del governo sul Kosovo si trova di nuovo in un vicolo cieco e in contraddizione con la sua volontà di entrare nell'Unione europea.

La natura dell'uomo vuole che gli errori del passato vengano cancellati dai successi attuali. Mettendo fine alla latitanza di Mladic, il presidente Boris Tadic e la sua coalizione [guidata dal Partito democratico] hanno dimostrato la loro determinazione a voltare pagina. Il suo arresto è anche un duro colpo per la destra nazionalista, che certamente protesterà e organizzerà qualche manifestazione, ma senza grande importanza, perché la Serbia non ha più forze politiche capaci di richiamare le folle intorno a un “eroe serbo” come Mladic. Bisogna ricordare che Karadzic era stato arrestato alla vigilia della scissione del Partito radicale serbo (nazionalista di destra). La nuova formazione nazionalista che ne è nata, il Partito serbo del progresso, professa confuse idee filo-europee, che comunque escludono uno scontro frontale con la giustizia internazionale.

L'arresto di Mladic rafforzerà anche la posizione della Serbia nella regione, poiché la sua incapacità – o mancanza di volontà – di rispettare gli impegni nei confronti della giustizia internazionale era il suo tallone di Achille e il pretesto ideale per i paesi vicini per non rispettare i loro. Oggi questa storia è finita e la Serbia sta per uscire quasi definitivamente dagli anni novanta. Dico quasi, perché non vi può essere uscita definitiva da questo incubo senza una soluzione stabile al problema del Kosovo. Se vi rinuncerà, il governo avrà sprecato un'opportunità storica per chiudere definitivamente il capitolo. Belgrado non deve lasciarsi sfuggire l'occasione. (traduzione di Andrea De Ritis)