Ammesso che il ritorno al nucleare fosse una strada praticabile rispetto a costi, tempi e rischi, la grande maggioranza degli italiani ha definitivamente escluso (e per la seconda volta in un quarto di secolo) questa possibilità. È abbastanza inutile chiedersi oggi se gli italiani abbiano votato pensando a Fukushima, o abbiano compiuto una scelta razionale o abbiano fatto entrambe le cose, con l'aggiunta di un pernacchio a Berlusconi.

Meglio riflettere sulle conseguenze di una scelta irreversibile e guardare al futuro. Il «no» al nucleare impone una riflessione di ampio respiro che non si limiti a «correre ai ripari» e ai problemi immediati che il referendum ha imposto. Non basta ricordare a chi ha responsabilità di governo e nel settore energetico la pur urgentissima necessità di un piano di sviluppo di fonti energetiche alternative e rinnovabili.

Occorre ricordare il dovere civico di una rivoluzione di comportamenti, che sia coerente con la scelta fatta e molto più efficace che in passato. La raccolta indifferenziata, lo spreco dell'acqua, l'uso smodato dell'automobile, i caloriferi e l'aria condizionata «a manetta» sono alcune delle abitudini che dovrebbero scomparire assieme ai progetti di centrali nucleari italiane. Ed è utile provare a valutare anche le opportunità che si presentano a medio termine, discutere di nuove scelte politiche e strategiche, provare ad immaginare il futuro che attende le nuove generazioni, sulle quali peserà la decisione degli italiani di oggi.

Si potrebbe cominciare ad andare orgogliosi di essere il Paese europeo che per primo aveva detto no e che lo ha ripetuto, rafforzando una scelta che oggi ci avvicina, sul piano culturale e strategico, alla Germania (e alla Svizzera) e ci rende un po' meno condizionati dalla Francia, Paese con cui di recente si era invece stretto una specie di patto tecnologico e industriale per il ritorno al nucleare. Si noti che la scelta della Germania non viene soltanto dalla paura del presente o da un'angoscia intellettuale che affonda nella propria storia, ma anche da un Paese che, prima di dire addio al nucleare, da almeno un ventennio investe in energie rinnovabili e negli ultimi otto anni ha visto raddoppiare i posti di lavoro nel settore: può essere utile tenerne conto, in termini di esperienza e strategie industriali.

Per quanto riguarda la Francia, nonostante i suoi 58 reattori e progetti di centrali di nuova generazione, va tenuto presente che, dopo Fukushima e dopo la decisione tedesca, un'alta percentuale di francesi si è dichiarata favorevole a rivedere la politica dell'atomo e che il presidente Sarkozy, pur riaffermando la storica scelta di de Gaulle anche dopo il disastro giapponese, ha istituito con particolare enfasi all'inizio del suo mandato un grande ministero dell'Ecologia, finalizzato ad allargare il campo delle energie rinnovabili e a diminuire la dipendenza dal nucleare.

Leadership rinnovabile

Sarkozy, conservatore come la Merkel, ha capito che il «rinnovabile» è anche un business e che i partiti tradizionali rischiano grosso a vantaggio dei movimenti ecologici e antinucleari. I Verdi francesi hanno inserito la questione atomo nel programma di alleanza con i socialisti (in maggioranza filonucleari) per il 2012. In materia energetica le scelte strategiche nazionali sono e saranno prevalenti su una visione d'assieme europea, ma se due potenze industriali come Italia e Germania, membri del G8 e Paesi fondatori dell'Europa, abbandonano il nucleare, non è illusorio considerare la carica di cambiamento e di forte influenza sulle opinioni pubbliche di altri Paesi.

Non è nemmeno un sogno immaginare che la scelta venga un giorno estesa al Vecchio Continente e che si rafforzi, sulla scena internazionale, la leadership di un'Europa che sulle questioni del clima e dell'ambiente è già un passo avanti rispetto al resto del mondo. Così verrebbe tolta di mezzo un'obiezione che ha a lungo pesato sul dibattito, ovvero l'impossibilità di rinunciare all'atomo avendo le centrali ai propri confini.

È utopia un'Europa denuclearizzata, ma la rivoluzione culturale è in atto e questo potrebbe essere l'orizzonte fra qualche decennio: e forse non sarà nemmeno più interessante e vitale distinguere fra uso civile e uso militare dell'atomo. Né dovrebbe sfuggire come la partita delle fonti rinnovabili si giochi (specularmente a quella della pace, dell'immigrazione e delle materie prime) su un rapporto il più possibile fecondo e costruttivo con l'altra sponda del Mediterraneo, oggi sulla strada incerta e tortuosa della democrazia. Non solo per il petrolio libico o per il gas algerino, ma perché dall'altra parte del Mediterraneo ci sono il sole e il deserto: che sono la ricchezza dei poveri e un pezzo importante del nostro futuro.