Ci mettiamo in viaggio lungo l’itinerario di Salomone, il protagonista dell’ultimo romanzo di José Saramago intitolato A viagem do elefante [Edizione italiana "Il viaggio dell’elefante", Einaudi 2009]. In un mattino di giugno, sulla Praça de Londres a Lisbona, nei pressi della casa dello scrittore portoghese insignito del Nobel per la letteratura, quattordici persone prendono posto a bordo di un minibus parcheggiato all’ombra. Gli ultimi a salire sono José Saramago e Pilar del Río, sua moglie nonché presidente della fondazione Saramago, che ha avuto l’idea di questo viaggio.

Dalle prime parole rivolte da Pilar al gruppetto di amici, non appena il piccolo autobus si mette in moto in direzione del quartiere di Belém, punto di partenza ufficiale del viaggio, comprendiamo subito che ci aspetta un’avventura inedita. Come esistono il cammino di Santiago di Compostela e il cammino di Don Chisciotte, “noi saremo i pionieri del cammino di Salomone”. Questa è la nostra missione, la nostra sfida. "Non sappiamo di preciso a che cosa andiamo incontro", ci mette in guardia Pilar, prima che suo marito intervenga dicendo: "Vi assicuro che scopriremo cose meravigliose".

L'Elefante dovette lasciare il suo recinto alla volta di Vienna

Poiché non esiste documentazione sul viaggio effettivamente compiuto dall’elefante, lo scrittore nel suo romanzo ha deciso di non citare le tappe di Salomone, accrescendo così l'atmosfera di mistero. Nel libro compaiono soltanto due luoghi precisi, quello della partenza e quello dell’arrivo. Offerto su iniziativa di Caterina di Castiglia, moglie del re João III del Portogallo, come regalo di nozze a suo cugino Massimiliano d’Austria, l’elefante Salomone un bel giorno dovette lasciare il recinto nel quale viveva a Belém per mettersi in viaggio verso Vienna, lasciando il Portogallo a Figueira de Castelo Rodrigo, proprio alla frontiera con la Spagna.

“All’elefante è piaciuto ciò che ha visto […], anche se l’itinerario che abbiamo scelto non è mai coinciso esattamente con quello che la sua memoria di pachiderma serbava gelosamente”*: è questo l’incipit del testo pubblicato da Saramago sul suo blog “O Caderno de Saramago” [Il quaderno di Saramago ], che si conclude con una sorta di “morale del viaggio: Occorre conoscere i luoghi della nostra storia che sono ancora vivi”*. Pilar del Río spiega che collegare questi paesi e villaggi con un itinerario preciso, al fine di facilitarne la rinascita, è il compito che la fondazione José Saramago si è riproposta di realizzare, e aggiunge che sono già stati presi contatti con il Ministero della cultura e ben presto dovrebbero riuscire a parlare con il Primo ministro portoghese.

Davanti al Monastero dos Jerónimos, nel quartiere di Belém, Saramago ci aveva chiesto di “fare uno sforzo d'immaginazione” per vedere con la fantasia come dovesse apparire quel luogo nel XVI secolo, con ogni probabilità una sorta di pantano invaso dalle mosche, dove – non lontano dalle acque del Tago – doveva trovarsi l’elefante, all’interno di un recinto, in compagnia della sua guida. Al contrario, quando arriviamo alla città di Constância dal ponte sul fiume Zêzere, ci sembra di avere sotto gli occhi proprio la scena che ci descrive Pilar: "Salomone sarà sicuramente entrato in acqua qui…avrà giocherellato, si sarà crogiolato nel fiume…gli elefanti adorano l’acqua".

Constância è la nostra prima tappa. Non appena apriamo lo sportello del minibus, una folata di aria calda ci investe e ci fa venire subito voglia di seguire le orme dell’elefante fin nello Zêzere o nel Tago, due fiumi – come scriverà in seguito Saramago nel suo blog – che qui confluiscono in un “abbraccio” che Camões avrà contemplato migliaia di volte dalla finestra della casa dove visse.

Gli tagliarono le zampe per farne degli attaccapanni

Durante la cerimonia organizzata in suo onore in municipio, Saramago spiega che a indurlo a raccontare la vera storia dell’elefante è stato il trattamento irriverente riservato a Salomone dopo la sua morte, avvenuta un paio di anni dopo il suo arrivo a Vienna per i rigori dell’inverno austriaco: "Dopo la morte, gli tagliarono le zampe per farne degli attaccapanni… fu un autentico oltraggio per un elefante che aveva percorso tutta quella strada e addirittura attraversato le Alpi…".

Il pubblico si intenerisce, come già si era commosso ascoltando un brano particolare, letto dall’autore stesso, estrapolato dal suo Viagem a Portugal [edizione italiana "Viaggio in Portogallo", Einaudi 2005] dedicato alla sua terra, una copia del quale è stata portata da uno dei direttori della Casa de Camoes e che Pilar porge al marito.

Dopo Constância, la tappa seguente: “Castelo Novo costituisce uno dei ricordi più emozionanti per il viaggiatore”, aveva scritto Saramago. Pur essendo di piccole dimensioni, la città provoca una certa confusione che inizia con l’irritare lo scrittore: mentre ci troviamo in una grande piazza al centro della quale c’è una fontana dove i passanti vengono a dissetarsi, Saramago giura e spergiura che quella non è la Praça dos Paços do Concelho, con la sua grande stele a torciglioni e la vasca fatte erigere dal re Jean V che egli ci teneva tanto a farci vedere. "Credete forse che avrei scritto quelle cose se si fosse trattato di questo posto?" chiede stizzito, alludendo ai suoi viaggi di trenta anni prima.

Accanto alla stele che alla fine troviamo, ascoltiamo il premio Nobel leggere un altro brano di quelle note da lui redatte tanti anni prima.

In serata, a Figueira de Castelo Rodrigo, ai piedi del castello Rodrigo ci troviamo nel luogo scelto dallo scrittore per accomiatarci da Salomone, prima che l’elefante entri in territorio spagnolo per proseguire il suo viaggio verso Valladolid. Strana coincidenza: come Salomone, anche Saramago proseguirà fino a Valladolid per una conferenza. Lo scrittore parte compiaciuto, dichiarando che l’elefante pare ormai aver acquisito una vita propria, sembra essere diventato la maglia di una catena di un itinerario che collega paesi e città storiche del Portogallo. "Noi esseri umani non siamo una causa persa del tutto: forse potremmo essere una causa ritrovata". Tutto questo viaggio sarebbe dunque puramente poetico? In parte sì, ma non solo.

*traduzione: Presseurop