Ora qualcuno dovrà spiegare agli italiani come sia stato possibile, dall'oggi al domani, passare da "La nave va" di Silvio Berlusconi al "Titanic" di Giulio Tremonti. Qualcuno dovrà chiarire a un'opinione pubblica confusa come sia stato possibile precipitare in poche ore dalla leggenda berlusconiana su un'Italia "che è già uscita fuori dalla crisi e l'ha superata molto meglio degli altri", alla tregenda tremontiana intorno a un Paese che a causa del suo debito pubblico "rischia di divorare il futuro nostro e quello dei nostri figli".

In questo abisso di contraddizione politica e di contraffazione mediatica è racchiuso il fallimento di un governo che per tre anni ha colpevolmente negato l'evidenza, e che adesso è brutalmente travolto dall'emergenza. Nessuno ha spiegato e spiegherà ai cittadini storditi dalla stangata in arrivo questo clamoroso e doloroso cortocircuito. Soprattutto non lo farà l'unico artefice del colossale inganno, cioè il presidente del Consiglio. Il Cavaliere Inesistente, come da romanzo di Calvino. Da una settimana non si vede e non si sente. Il Paese è nel mirino della speculazione, alla quale offre ogni pretesto possibile per attaccare: un premier bollato come "corruttore" da una pronuncia civile derivata da una sentenza penale passata in giudicato, una maggioranza lacerata dalle guerre intestine, una teoria di ministri mascariati da richieste di processo per mafia o lambiti da scandali affaristici e da faide interne agli apparati dello Stato. L'Italia, in queste penose condizioni, torna ad essere la seconda "i" dell'acronimo dei derelitti di Eurolandia: siamo "Piigs", insieme a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Berlusconi tace. Raccontano che sia occupato dall'organizzazione delle sue prossime ferie ad Antigua. Da mattatore del Villaggio Globale ad animatore del Villaggio Vacanze, come già gli successe nell'estate rovente del 2006.

L'assordante silenzio è colmato da una esplicita supplenza. Sul fronte internazionale, la Merkel e Bernanke incoraggiano l'Italia a non desistere dal rigore. Sul fronte interno, il presidente della Repubblica e il governatore della Banca d'Italia ottengono quel frammento di "coesione nazionale" utile a portare a casa almeno questa manovra. Il ministro dell'Economia va in Senato a mettere la faccia sul maxi-decreto da ultima spiaggia, da approvare subito, pena l'attacco finale dei mercati. Tremonti fa un discorso grave, da "ora delle scelte irrevocabili". Rilancia l'immagine apocalittica di un'Europa che incontra "un appuntamento col destino", consapevole che "la salvezza non arriva dalla finanza ma dalla politica" e che "la politica non può fare errori". Ma neanche lui spende una parola per giustificarsi e per scusarsi, di tutti gli errori madornali che questo governo ha commesso dal trionfo elettorale dell'aprile 2008 in poi. Non un "mea culpa". Solo l'appello accorato a unire le forze, perché "il Paese ci guarda, guarda il governo, guarda la maggioranza, guarda l'opposizione".

L'appello va raccolto. Nessuno può giocare a dadi contro il proprio Paese, all'insegna dello sfascismo e del peggiorismo. Nessuno si augura che l'Italia faccia la fine della Grecia, che trascini nel baratro se stessa e l'intera unione monetaria europea. Nessuno spera che la caduta di Berlusconi sia uno spettacolo che valga "qualunque prezzo", compresa la bancarotta nazionale. Dunque la manovra-lampo deve passare. Ma nel momento in cui il Parlamento assume fino in fondo questa responsabilità, non si può non dire di chi è la colpa, se oggi siamo arrivati a questo durissimo tornante della Storia. E soprattutto non si può non dire che l'"imperativo categorico", al quale ora l'insipienza e l'incoscienza di chi governa ci ha costretto, ha un costo sociale enorme, e purtroppo ancora una volta squilibrato a danno di chi è più debole. Un ceto medio ormai sempre più esteso e indifeso è obbligato a ingoiare i ticket sanitari, il blocco dei contratti nel pubblico impiego, la riduzione delle cattedre nella scuola, in prospettiva persino il colpo di scure sulle detrazioni fiscali per i coniugi e i figli a carico. A regime, solo per le ricadute sull'Irpef, una "botta" stimata in oltre 500 euro a famiglia.

E a poco servono le presunte "correzioni perequative", come la rimodulazione della "patrimoniale mascherata" sui conti di deposito o il contributo di solidarietà sulle pensioni d'oro. Ancora meno servono le privatizzazioni e le liberalizzazioni alle vongole, come dimostra la penosa Vandea corporativa degli avvocati-deputati del Pdl, che gli ha fruttato la blindatura di un Ordine professionale ancora una volta sacro e intoccabile. Sale sulle ferite di un corpo sociale che paga sempre. Lieve prurito sulla pelle di categorie che non pagano mai.

Anche il centrosinistra è costretto a turarsi il naso e a lasciare che la manovra passi così. Con tutte le sue iniquità qualitative e le sue criticità quantitative, che pesano e peseranno. Non solo sulle tasche dei contribuenti, ma anche sul giudizio dei mercati. Questa manovra da 40, 49 o 65 miliardi che siano, infatti, rischia di non bastare a fermare l'onda speculativa che monta. La calma apparente degli ultimi due giorni è già finita. La Borsa torna a perdere, i titoli bancari tornano a cadere, lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi torna sopra a quota 300, all'asta dei Btp il "premio di rischio" richiesto per investire sull'Italia sale a livelli mai conosciuti dall'avvento dell'euro. È il segno che la "cura" non basta, perché nonostante tutto non appare credibile né sulle politiche di risanamento né, meno che mai, sulle politiche di crescita. Non basta inchinarsi doverosamente al totem del "pareggio di bilancio": va inseguito nei fatti, non solo celebrato nelle parole. E questa manovra non da sufficienti sicurezze.

Questo è il "conto" da saldare, che il Cavaliere Inesistente lascia sul tavolo della crisi. Senza battere ciglio e senza pagare "pegno". Lo rammentino gli italiani, quando saranno in fila con il portafoglio aperto per una visita medica, o verseranno il bollo sui Bot. Soprattutto, lo ricordino nel segreto dell'urna, quando saranno richiamati a votare. A questo punto, speriamo davvero il più presto possibile. Naufraghi all'improvviso, forse siamo ancora in tempo per scendere dal Titanic.