Sulle pagine del settimanale polacco Polytika, il politologo Klaus Bachmann critica la mancanza di realismo dei paesi europei. Alcuni di essi hanno inviato truppe in Afghanistan, ma per paura di irritare la loro opinione pubblica rifiutano di vedere le cose come stanno: "Oggi la Polonia non ha molto a che vedere con un paese in guerra. I paesi in guerra impongono la censura militare, come Israele, o limitano le libertà civili come gli Stati Uniti. Nulla di tutto ciò si verifica in Polonia o nel Regno Unito o in Germania. Il governo tedesco fa del suo meglio per non definire la spedizione in Afghanistan come un intervento di guerra e per presentarla come una sorta di operazione di polizia, creando l'illusione che le sue truppe siano là soprattutto per sostenere la società civile, costruire scuole o difendere i diritti delle donne". Bachmann ritiene anche che la pace in Afghanistan sarà molto difficile proprio perché l'unico mezzo per riuscirci – negoziare con i talebani – è diventato ormai un concetto difficile da "vendere" alle nostre opinioni pubbliche "dopo che dal 2001 centinaia di soldati europei e americani sono morti combattendoli".

Anche Dilema Veche dubita che la strategia adottata dall'Ue in Afghanistan sia la migliore, e definisce "desolante" l'incapacità dei paesi occidentali di assumersi le proprie responsabilità. Il settimanale rumeno critica in particolare quel "gruppo di esponenti del pensiero debole, che ci hanno ripetuto fino alla nausea che il conflitto afgano e la ricostruzione del paese saranno fatti attraverso degli strumenti di soft power. Un metodo oggi di moda, visto che le nostre democrazie preferiscono dare denaro piuttosto che impegnarsi sul terreno accanto alle Ong e alle altre organizzazioni" che lavorano quotidianamente a contatto con gli afgani. "Si deve abbandonare l'illusione che il metodo 'soft' sia più efficace di quello 'hard' e bisogna cambiare tattica", continua Dilema Veche.

Militarmente timida, l'Europa non si è molto impegnata finanziariamente nella ricostruzione civile dell'Afghanistan, osserva Edward Burke su El País. Secondo questo ricercatore della Fondazione per le ricerche internazionali e per il dialogo estero di Madrid, "accantonare la politica della violenza non ha altro risultato che quello di rendere il processo di stabilizzazione più lungo, difficile e costoso". "In questo momento gli obiettivi dell'Europa e del Regno Unito in Afghanistan consistono nel contenere gli insorti, non nel costruire delle istituzioni nazionali forti e trasparenti". La mancanza di preparazione degli occidentali che ha accompagnato questo appuntamento elettorale ne sarebbe la dimostrazione. "I pochi fondi europei destinati all'Afghanistan non rappresentano di certo uno sforzo colossale per costruire un modello istituzionale occidentale. Fra i donatori europei solo il Regno Unito, la Germania e la Commissione europea hanno versato più di 100 milioni di euro all'anno all'Afghanistan per aiuti allo sviluppo. Gli altri hanno versato meno di quello che destinano ai paesi dell'America latina o dell'Africa. Fra il 2008 e il 2010 il Regno Unito ha previsto di spendere meno di 20 milioni di sterline (23 milioni di euro) per l'attività del governo e per il sostegno della democrazia. E l'impegno della Nato nel costruire uno Stato afgano ideale non va oltre la sola retorica". La verità, conclude Burke, "è che l'Europa non contribuisce molto alla costruzione dello Stato in Afghanistan. Si compiono modesti attacchi contro gli insorti, nel corso dei quali si impiegano soprattutto forze speciali anglo-americane. Nel frattempo i diplomatici e gli specialisti dello sviluppo non possono agire a causa dei limiti che i governi impongono ai loro movimenti. Il pericolo è che invece di un imporre un modello occidentale, ci si ritrovi in una situazione radicalmente opposta e che venga definito un livello di standard democratici sempre più basso, così da giustificare un rapido ritiro degli europei".