Gli europei non credono che vogliamo essere salvati. Gli indicatori sono tutti negativi e nel frattempo le riforme strutturali tardano ad arrivare. E senza credibilità è impossibile rinegoziare. Per tutti quelli che conoscono un po' l'economia greca, era chiaro da tempo che gli obiettivi del piano di rigore, e soprattutto le misure annunciate nel 2011, erano troppo ambiziose (per non dire irrealizzabili).

Ma questa situazione non è solo il frutto di "reticenze politiche", peraltro ben reali e che nessuno può ignorare, ma anche il risultato di assurdi ritardi. A questo bisogna poi aggiungere la qualità del personale politico e amministrativo del paese e quella del sistema giuridico e giudiziario.

La troika Fmi-Ue-Bce e il governo hanno commesso un grave errore nell'impegnarsi su obiettivi troppo ambiziosi – nonostante le reticenze sulla "ricetta" e su come metterla in pratica. Anche con le spalle al muro il governo ha ricevuto gli esperti della troika [la settimana scorsa, una visita precipitosamente interrotta], mentre questi ultimi forniscono ai mercati previsioni irrealizzabili, che con il discorso del "più difficile" e del "più costoso" conducono a risultati opposti a quelli previsti. E anche se molte cose sono state fatte, l'immagine internazionale della Grecia è quella di un paese che non ha fatto nulla.

Questo è l'aspetto positivo, molti dirigenti europei, banchieri e tecnocrati lo hanno capito e denunciano la "pressione eccessiva" esercitata sulla Grecia, che porta risultati contrari rispetto a quello previsti.

L'altro aspetto è l'insuccesso. Il governo parla continuamente di "fusioni" e di "soppressioni" di organismi pubblici, e più in generale di riforme strutturali, ma non ha fatto quasi nulla. Inoltre lo "sperpero" nel settore pubblico continua, come dimostrano le recenti dichiarazioni del viceministro dell’interno sulla pubblica amministrazione. E’ incredibile aver ridotto gli stipendi e le pensioni fino a mille euro al mese, aver aumentato le imposte, e vedere due anni dopo che la frode fiscale e gli sperperi nel settore pubblico continuano come se niente fosse.

Tutto questo rappresenta una cattiva ricetta che, al di là delle ingiustizie sociali, produce una recessione incontrollabile e una disoccupazione che è un vero e proprio coltello alla gola per il paese. Ecco dove ci troviamo oggi.

Gli europei non credono che vogliamo essere salvati. Gli indicatori sono negativi e molti dei nostri obiettivi non sono stati raggiunti. C’è un problema di strategia, di ritardo nelle riforme strutturali e, ancora una volta, di credibilità. Questo rende difficile l'applicazione dell'accordo del 21 luglio [il nuovo piano di salvataggio elaborato dai paesi della zona euro], pieno di punti oscuri, e riduce la possibilità di rinegoziare i termini del piano di rigore. Insomma, siamo sul filo del rasoio. (traduzione di Andrea De Ritis)