L'ente di certificazione svedese Kravha annunciato nei giorni scorsi che a partire dal 2012 gli agricoltori biologici svedesi dovranno adeguarsi a normative estremamente rigide per poter apporre l'etichetta "bio" ai loro prodotti. Tra l'elenco dei requisiti previsti vi sono la lotta ai prodotti chimici nelle colture, l'impiego di energia pulita per il funzionamento dei trattori, un limite alle emissioni di azoto in fase di irrorazione dei fertilizzanti e una consistente riduzione dei consumi energetici per ciascun prodotto. Gli agricoltori dovranno anche presentare i loro progetti miranti a ricavare tutto il fabbisogno energetico della loro azienda agricola da risorse sostenibili entro il 2015.

Il dinamismo in questo ambito della Svezia è sbalorditivo: l'omologo olandese di Krav, Biologica, nutre l'ambizione di non utilizzare più i combustibili fossili nel settore del biologico a partire dal 2020. "I prodotti biologici non sono la soluzione definitiva" dichiara a telefono da Uppsala Johan Cejie, responsabile della regolamentazione di Krav. "Dobbiamo proseguire lungo questa strada, perché il problema del cambiamento del clima è grave e urgente. Ciò significa che dobbiamo fare ancora meglio del 'bio'". Naturalmente nella sua organizzazione, prosegue Cejie, il dibattito è ancora acceso e non tutti gli agricoltori si rallegrano per l'inasprimento delle normative. "I consumatori svedesi però esigono sempre più che i lavori nei campi e il trasporto dei prodotti avvengano in maniera sostenibile".

Chilometri alimentari

Nel settore del bio, la questione dei "chilometri alimentari" (food miles in inglese) è molto delicata. Gli "integralisti" preferiscono le mele biologiche argentine alle mele non biologiche della regione Betuwe (regione olandese ad alta produzione frutticola). I più realisti reputano tuttavia che così si vada troppo oltre: secondo loro l'importazione per via aerea dei prodotti biologici da Paesi lontani è inammissibile, tenuto conto che in regioni vicine si coltivano in maniera sostenibile prodotti analoghi. Cejie nutre una riserva sui chilometri alimentari: "Si tratta di una faccenda alquanto complicata, perché entrano in gioco anche alcune considerazioni sociali. Se escludiamo a priori tutti i trasporti per via aerea, si arreca danno ai piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo la cui produzione bio potrebbe ormai accedere a un mercato dei consumi che dispone di mezzi finanziari importanti".

Un ruolo altrettanto forte possono rivestirlo i grandi colossi della catena alimentare. L'organizzazione biologica britannica Soil Association l'anno scorso ha annunciato, in occasione del tentativo di ridurre sensibilmente i chilometri alimentari percorsi dalle derrate bio, che i prodotti importati per via aerea non possono in alcun modo sfoggiare più l'etichetta bio. Sotto la pressione di catene di supermercati come Sainsbury’s e Waitrose, che commercializzano molte derrate alimentari biologiche, l'organizzazione è tornata sui propri passi all'inizio di quest'anno. I supermercati hanno affermato che i prodotti coltivati in loco, in particolare i prodotti di serra, possono emettere più quantità di biossido di carbonio dei prodotti coltivati all'aperto nei campi dei Paesi più lontani. Questa è la ragione per la quale, secondo Cejie, gli svedesi non si preoccupano poi molto dei chilometri alimentari, quanto della quantità di CO2 emessa per ogni prodotto.

In Europa gli svedesi con questo loro nuovo approccio fanno da battistrada: perché i Paesi Bassi ne seguiranno l'esempio soltanto otto anni dopo? Cejie presume che qui entrino in gioco interessi economici: "I Paesi Bassi hanno clienti importanti nel settore dei prodotti biologici. Di conseguenza ogni aumento dei costi è una faccenda delicata. Occorre ammettere tuttavia che la Svezia sin dall'inizio ha saputo diversificare meglio gli obiettivi. Dispone di molta energia pulita grazie all'abbondanza di acqua e legname. Per le sue coltivazioni in serra, invece, i Paesi Bassi possono fare affidamento unicamente sul gas. Non dimentichiamo, infine, che i consumatori svedesi sembrano essere molto più esigenti degli olandesi".