José Ignacio Torreblanca
Esperto di questioni comunitarie, José Ignacio Torreblanca è professore di scienze politiche presso la Uned (Università nazionale per l'istruzione a distanza), in Spagna. Cura personalmente un blog di discussione e analisi sull'Europa. Dopo aver diretto la sezione delle opinioni di El País è passato a El Mundo come editorialista. Dirige la sede spagnola del Consiglio europeo per le relazioni internazionali.
Il meglio che la Spagna può fare per l’Europa in questo momento è portare un po’ di sensatezza, evitare passi indietro e rafforzare l’animo degli altri europei.
Il governo catalano vuole convocare una consultazione popolare sull’autodeterminazione della regione il 1 ottobre. Il governo si oppone strenuamente e la Corte costituzionale si è pronunciata contro. La discussione ricorda più il referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Ue che quello sull’indipendenza della Scozia, scrive il capo delle pagine opinione di El País.
Gli attentati del 22 marzo, come quelli di Parigi a novembre, avevano come obiettivo sia il paese colpito che l'Europa e ciò che essa rappresenta. Ecco perché la risposta deve essere collettiva, sostiene il politologo José Ignacio Torreblanca.
Di fronte all’ondata di migranti in arrivo l’Unione deve mettere in piedi una politica di accoglienza e di asilo coerente e rafforzare la cooperazione allo sviluppo e le iniziative per la pace nei paesi in guerra.
Anche se ufficialmente l’Ue non riconosce lo stato palestinese, molti paesi membri lo hanno fatto di recente, un segno che gli europei sono meno indulgenti nei confronti del governo di Israele e che la simpatia internazionale per la sua causa è in calo, afferma il politologo José Ignacio Torreblanca.
I commissari designati stanno passando in questi giorni le audizioni davanti al parlamento. L’assemblea ha già scelto il presidente della commissione, ma può liquidare i commissari che non sono di suo gradimento: una contraddizione che grava sul rapporto tra le due istituzioni.
Gli europei pensavano che la Russia si sarebbe trasformata in una democrazia liberale e che si sarebbe avvicinata all'Ue. Ma dalla sua rielezione, nel 2012, Vladimir Putin ha bloccato la modernizzazione del suo paese, come dimostra la recente crisi in Ucraina.
L’unico modo per rispettare la democrazia dopo il veto di David Cameron alla nomina dell’ex premier lussemburghese alla testa dell’esecutivo europeo è di sottoporla al voto del parlamento.
Quando Presseurop è stato lanciato nel 2009 nessuno immaginava che la crisi avrebbe messo in dubbio l'esistenza dell'Ue. Il dibattito che abbiamo cercato di incoraggiare sarà di vitale importanza per uscirne.
Gli europei ripongono più speranze nelle legislative del 22 settembre che nelle elezioni europee del 2014. Ma i politici tedeschi hanno ragione a occuparsi dei problemi del loro paese.
I dubbi sull'efficacia della politica di austerità imposta da Bruxelles continuano a moltiplicarsi. Sfortunatamente il commissario agli affari economici continua a seguire la linea del dogmatismo.
L’ultimo sondaggio Eurobarometro conferma che la crisi sta distruggendo la fiducia dei cittadini nell’Ue. Salvare l’euro non basta: bisogna salvare anche la sua legittimità.
All’inizio dell’anno non tutti avrebbero scommesso che l’euro sarebbe arrivato al 2013. Le mosse di Mario Draghi e Angela Merkel hanno scongiurato il peggio, ma guai a pensare di essere fuori pericolo.
L'attribuzione del premio per la pace all'Ue ha destato molti dubbi. Per dissiparli basterebbe un viaggio tra le rovine lasciate da decenni di guerra civile europea.
Le disavventure economiche che hanno colpito Grecia, Spagna e Italia e la complessità del processo decisionale tedesco hanno monopolizzato la scena. Ma c’è un altro paese fondamentale per il destino dell’Europa, dove il dibattito può essere ravvivato: la Francia di François Hollande.
I timori sulla tenuta delle banche stanno spingendo il paese al punto più basso dall’inizio della crisi. Per evitare il bailout e ristabilire la fiducia Bruxelles e Madrid devono agire in fretta.
Di fronte alla crisi politica greca l’idea dell’uscita di Atene dall’Unione monetaria riprende quota. In realtà sarebbe un disastro: il rischio di contagio è più alto che mai e le ripercussioni geopolitiche sono incalcolabili.
Nonostante il fallimento delle politiche di rigore a oltranza sia ormai evidente, la Germania continua a imporle. È ora di opporre dei contrappesi al suo strapotere.
Gli americani sono figli del dio della guerra, gli europei di quella dell'amore, scriveva Robert Kagan nel 2002. Ma dopo i fallimenti in Iraq e Afghanistan e la crisi del modello europeo le cose sono cambiate.
Il 2011 è stato terribile, ma l’anno appena iniziato rischia di essere ancora peggio. La crisi potrebbe obbligare i 27 a scegliere tra la Grecia e il Regno Unito. E ancora una volta toccherà a Berlino decidere.
Il 20 novembre le elezioni spagnole sanciranno l'ennesimo cambio di governo provocato dalla crisi dell'eurozona. Ma i sacrifici dei paesi periferici non serviranno a niente finché la Germania non si deciderà a fare il passo che tutti attendono.
La crisi ha mostrato i limiti della politica di fronte allo strapotere dell'economia e i movimenti popolari denunciano la distanza dei sistemi occidentali dai loro cittadini. Il modello rappresentativo non è più inattaccabile.
Il paese che va alle urne il 12 giugno non è più il vicino povero e arretrato che Bruxelles ha snobbato per anni, ma una potenza affermata che rappresenta per la regione un modello ben più attraente di un'Europa in declino.
Mentre la crisi libica e le rivolte arabe sconvolgono i confini meridionali dell'Unione, l'Alta rappresentante è stata criticata per la sua totale assenza dalla scena. Ma la colpa non è solo sua: i paesi membri devono dare un senso all'istituzione del Seae.
Nei momenti cruciali della storia, le grandi potenze elaborano delle linee guida per indirizzare la propria azione. Quella dell'Unione di fronte alle rivolte arabe sembra ispirata al vuoto assoluto.
Di fronte alla repressione in Tunisia l’Ue dovrebbe applicare le stesse "sanzioni intelligenti” usate nel 2006 contro il regime bielorusso di Aleksandr Lukashenko, scrive José Ignacio Torreblanca.