L'ascesa della Turchia, la sua crescente insofferenza per le lungaggini della procedura di adesione all'Ue e il suo presunto allontanamento dal campo occidentale sono un tema che ricorre ormai da molti mesi, tanto da creare più di un problema di ripetizione ai titolisti – incluso chi scrive.

All'Economist questa volta non si sono dati troppa pena: "Voltando le spalle all'occidente?" è la sintesi del settimanale britannico, che nel suo corposo special report si spende come sempre in favore dell'adesione della Turchia, definita "il Bric d'Europa", "la Cina d'Europa" e "il Brasile d'Europa". In breve, se l'Unione europea vuole contare ancora qualcosa sulla scena globale nel secolo appena iniziato, non può permettersi di tenere fuori l'unico paese in crescita economica, demografica e strategica della regione.

L'Economist riconosce che gli ostacoli restano parecchi, dall'opposizione dell'asse Parigi-Berlino al rompicapo della riunificazione di Cipro. Una risposta possibile è quella offerta da Heather Grabbe, direttrice dell'Open society institute di George Soros: "incorporare la Turchia nella politica estera e di sicurezza della Ue adesso, senza aspettare che diventi un membro a tutti gli effetti. Questo renderebbe il paese più familiare con il do-ut-des della ricerca di posizioni comuni". Oppure Ankara può semplicemente sedersi in riva al fiume e aspettare che la corrente porti il cadavere dei suoi nemici – per esempio quello di Nicolas Sarkozy, la cui sconfitta alle elezioni del 2012 comincia ad apparire più che probabile.

Sul Foglio, invece, Carlo Pelanda ha un piano ben più suggestivo, che prevede addirittura un ruolo di primo piano per l'Italia. Funziona così:

"Prima di tutto l'Italia deve riprendere libertà d'azione cestinando l'iniziativa mediterranea della Ue a guida francese [l'Unione per il Mediterraneo], volutamente inconsistente. Deve proporre a Turchia, Siria, Egitto, Russia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania, Grecia, Romania e Bulgaria la creazione di un mercato del Mediterraneo orientale, dove Roma ha influenza, poi da estendersi a quello occidentale. Libano, Palestina e Israele invitati come osservatori, ma fuori fino alla pacificazione. Roma, Mosca e Ankara dovrebbero, con trattato militare, garantire la sicurezza del teatro orientale. Le seconde due entrerebbero di fatto nel mercato europeo grazie a questa area densa di associati alla Ue. La Russia convergerebbe sostanzialmente, pur selettivamente, con la Nato via Italia e Turchia. Ankara avrebbe lo status di potenza senza bisogno di cercarlo con mosse divergenti. La Nato riavrebbe un senso. L'Italia si troverebbe al centro del mercato mediterraneo ed europeo, la seconda posizione rafforzata dalla prima". E tutti vissero felici e contenti.

Ma anche ammesso che a Roma ci sia l'intenzione di lanciarsi in un'impresa simile, Pelanda non tiene conto di un fattore: la Francia. Se anche la Germania proseguisse nella sua "strategia di non ingaggiarsi nel Mediterraneo", difficilmente Parigi chiuderebbe un occhio su questo raggiro. E come dimostra la nomina del francese Pierre Vimont a numero due del Servizio europeo di azione esterna, per quanto indebolito Sarkozy ha ancora un certo peso a Bruxelles – a differenza di qualcun altro.