Tomáš Sedláček è considerato uno dei migliori economisti contemporanei. Nel suo saggio-bestseller, Economia del bene e del male, sostiene che l’economia dovrebbe essere più umana. Presseurop lo ha incontrato per un’intervista.

In Economia del bene e del male lei sostiene che i confini dell’economia, che la definiscono come una scienza esatta basata su formule matematiche, dovrebbero essere estesi alla filosofia, alla religione e alle arti. In che senso si tratta di un concetto nuovo? E a cosa si riferisce il titolo del libro?

Abbiamo la tendenza a separare il pensiero tecnico dalle questioni dell’anima. L’economia si vanta di essere una disciplina complicatissima, e io cerco di dimostrare che separando il corpo dall’anima entrambi perdono significato. Ci sono alcune domande classiche che noi economisti ci rivolgiamo spesso: l’economia funziona? È efficiente? Ma forse dovremmo cominciare a chiederci qual’è lo scopo dell’economia.

E qual’è, secondo lei?

L’idea di base è quella di collegare l’economia con altre discipline. La Bibbia perde molto senso se viene letta soltanto spiritualmente. Allo stesso modo l’economia perde molto senso se viene interpretata soltanto da un punto di vista tecnico. Nel mio libro cerco di parlare dell’anima dell’economia, di portarla alla luce.

Se vogliamo che l’economia sia equa, allora deve cambiare aspetto. L’economia deve produrre benessere, ma come? Se lasciamo tutto alla mano invisibile dei mercati, è naturale che i mercati ci comandino. Per me è una specie di orchestra senza direttore. Se non riusciamo a dirigerla, sarà lei a dirigere noi.

Quindi dovremmo reintrodurre l’etica nel mondo dell’economia?

Si è parlato molto del bisogno di un approccio etico e umano all’economia. Sono d’accordo, ma l’economia ha già un’etica specifica: devi essere efficiente, devi essere razionale, non devi lasciarti trasportare dalle emozioni, è giusto essere egoisti e fanno bene gli stati a proteggere i loro interessi. Ogni sistema ha la sua etica.

Di recente ho letto una storia su Sodoma e Gomorra, dove la legge morale impone di non aiutare nessuno. La storia racconta la vicenda di due ragazze che regalano un pezzo di pane a un mendicante, e quando gli altri scoprono che hanno violato l’etica di Sodoma e Gomorra una delle ragazze viene bruciata viva e l’altra appesa alle mura della città, ricoperta di miele e divorata dalle api. Anche il nazismo aveva la sua etica, e lo stesso vale per il comunismo e anche per l’economia. Dunque se non siamo contenti dell’etica del nostro tempo, non dobbiamo far altro che cambiarla.

Sta parlando di una sorta di religione che dovrebbe imporre un equilibrio tra materialismo e spiritualità all’interno dell’economia?

In realtà l’economia stessa è diventata una specie di religione. Ci dice cosa fare, cosa pensare, chi siamo, come trovare un senso alla nostra vita, come relazionarci agli altri e su quali principi la società si regge. In un certo senso l’economia ha già proprietà religiose. Togliete la matematica dall’economia e ciò che resta è pura moralità.

In Economia del bene e del male lei sostiene che siamo ormai ossessionati dall’idea della crescita economica. Lei è contrario al progresso?

Non sono contrario alla crescita e nemmeno al progresso. Il problema è che abbiamo un rapporto feticistico con questi due elementi. Ho scelto di utilizzare esempi di alta e bassa cultura per mostrare che idolatrare qualcosa ha effetti devastanti, che si tratti di etica, economia, religione o rapporti personali. Se idolatriamo la persona che amiamo finiremo per impazzire. Lo definisco un rovesciamento del rapporto oggetto-soggetto. Creiamo qualcosa che in teoria dovrebbe obbedirci, ma poi ci ritroviamo a essere noi a obbedire.

In letteratura ho trovato diversi esempi di questo fenomeno, dal Golem alla Lampada di Aladino fino al Signore degli Anelli. All’inizio il sistema – chiamiamolo democrazia di mercato – era terreno fertile per la crescita, ma con il tempo la situazione si è ribaltata, e la crescita è diventata una conditio sine qua non della democrazia di mercato. Dovremmo essere felici quando la crescita c’è, ma dovremmo anche essere in grado di sopravvivere in sua assenza. La crisi è arrivata soltanto perché abbiamo paura che senza crescita la nostra civiltà si disintegrerà. Ma la crescita non è una costante: ci sono anni in cui inventiamo molte cose e anni in cui non inventiamo niente, così come ci sono anni in cui il pil cresce e altri in cui resta fermo o diminuisce.

C’è qualcosa di positivo nella crisi attuale?

Jung sosteneva che senza crisi non può esserci cambiamento, soprattutto nella natura umana. Questa non è una crisi europea, ma una crisi del mondo occidentale. America, Giappone ed Europa reagiscono in modi differenti. E comunque la cosa più importante è che se ne parli. Oggi persino la gente che vive nei paesini di montagna parla di Europa.

Prendiamo in giro l’America perché lì sono orgogliosi del modo in cui hanno costruito la loro nazione. In Europa invece non lo siamo affatto. Ma la crisi ha spinto il Vecchio continente verso un’integrazione più rapida che mai, e se dieci anni fa qualcuno avesse parlato di trattato fiscale sarebbe stato considerato blasfemo. Non è mai accaduto che gli europei si aiutassero reciprocamente come fanno adesso. Quindi spero che l’Europa esca dalla crisi migliore e rafforzata. Qualche tempo fa mancava mezza Europa. Sono convinto che le crisi siano un’occasione per l’Europa di andare avanti.

Ma allora i sentimenti euroscettici sull’Europa e l’euro?

Paragonati a quelli degli anni venti e trenta non rappresentano un pericolo serio.

Cosa ne pensa delle politiche di austerity messe in atto dall’inizio della crisi?

Possiamo fare il paragone con l’America, che ha reagito con una maggiore pressione fiscale, un deficit superiore e stampando più cartamoneta. Qui in Europa stiamo cercando di adattarci alle difficoltà. Ci rendiamo conto di essere drogati dal deficit, e abbiamo bisogno di superare un doloroso periodo di disintossicazione. Se non lo faremo, l’economia ci ucciderà.

Dobbiamo essere competitivi per reggere il passo della Cina e di altri mercati emergenti. Abbiamo scelto l’austerity nel momento meno opportuno. L’anno scorso a Davos l’argomento principale era la grande trasformazione, l’emergere di nuovi modelli. Non ti chiedi mai chi sei fino a quando non ti ritrovi nei guai.

Come spiega il fatto che alcuni politici tedeschi rifiutano di pagare i debiti dei greci o dei portoghesi e scelgono di imporre l’austerity?

Bisogna stabilire se la Grecia è un mercato o fa parte della famiglia. Se un familiare si rompe una gamba gli altri si precipitano ad aiutarlo, ma se il fornaio si rompe una gamba ci limitiamo a comprare il pane da un’altra parte. In America non esiste un problema di questo tipo, perché i trasferimenti di denaro tra gli stati avvengono da centinaia di anni. Non ce ne accorgiamo perché gli Stati Uniti sono una federazione. In Francia accade lo stesso, le regioni più ricche versano denaro nelle casse delle più povere. Anche in Repubblica Ceca facciamo lo stesso. Quindi dovremmo chiederci se soltanto la Francia è un nostro vicino o lo è anche la Grecia.

Sappiamo che la crisi concede l’opportunità di ripensare i modelli economici. Quale consiglio darebbe ai leader europei per evitare che il loro paese accumuli ulteriore deficit?

Qualche generazione fa la politica europea aveva due mani per influenzare l’economia, una per controllare la politica monetaria e una per modificare la politica fiscale. In parole povere, la politica monetaria è il monopolio del governo di stampare moneta, mentre la politica fiscale è il monopolio del governo nello stampare debito. Ora abbiamo tolto la politica monetaria dal controllo dei politici e gli abbiamo legato la mano dietro la schiena.

Oggi i politici europei non possono stampare cartamoneta. Gli è rimasta una mano, quindi possono stampare tutto il debito che vogliono e nessuno può fermarli. La pressione dell’Unione europea e dei mercati non basta. I mercati reagiscono troppo tardi e in modo troppo blando, mentre l’obiettivo del 3 per cento del pil fissato dall’Ue ha dimostrato di non essere sufficiente a ridurre il deficit.

È per questo motivo che l’Europa non ha un problema di inflazione: stiamo cercando di risolvere tutto con una mano sola, stampando debito. Oggi dobbiamo capire se vogliamo liberare la mano legata dei politici o legare anche l’altra. Sono convinto che il ruolo dei governi dovrebbe essere minimo, e che gli stati dovrebbero cedere anche il controllo del deficit.

Osservando la situazione dell’Europa, a quale mito o film potrebbe paragonarla?

Il Signore degli anelli. Elfi e nani si odiano reciprocamente, mentre gli Hobbit si compattano e si aiutano in tempi difficili. Quando tutto andava bene, nessuno si interessava dell’Europa. Abbiamo dato per scontato che ci sarebbero state pace e attività commerciale. L’idea alla base dell’Unione europea era quella di mantenere la pace e scongiurare la guerra. La Seconda guerra mondiale è stata causata da chi ha idolatrato l’idea di stato.

Possiamo considerare l’Unione europea come una risposta all’idolatria. Ciò che abbiamo fatto (ed è stata senz’altro una mossa intelligente) è stato scambiare la crescita geografica di una nazione con la crescita economica. Eppure anziché pensare al pil europeo pensiamo a quello tedesco e lo confrontiamo a quello francese e a quello greco. Non c’è alcun dubbio che il passaggio dalla crescita geografica a quella economica sia una buona cosa. Ora che abbiamo la crescita economica, però, possiamo pensare di barattarle con la crescita di altre aree, come la cultura, l’interazione sociale e altri campi di grande importanza.