La ruota continua a girare. Con le elezioni del 20 novembre, la Spagna è il terzo paese dell'Ue a cambiare governo dall'inizio del mese. E il sesto, dopo l'Irlanda, il Portogallo, la Slovacchia, la Grecia e l'Italia, il cui esecutivo cade o si dimette a causa della crisi.

Democrazia, tecnocrazia, mercati finanziari, questi termini sono sempre più utilizzati negli ultimi tempi. Il modo in cui George Papandreou e Silvio Berlusconi sono stati costretti a dimettersi e sostituiti da tecnici con lo stesso profilo – Lucas Papademos e Mario Monti sono economisti, hanno esercitato importanti funzioni nell'Ue e entrambi hanno lavorato per la banca d'affari Goldman Sachs – solleva questioni sulle modalità di governo dell'Europa e sulla responsabilità democratica.

Al di là degli onnipotenti mercati, i due principali accusati sono il presidente francese Nicola Sarkozy e soprattutto la cancelliera tedesca Angela Merkel. L'ormai famigerato Gruppo di Francoforte, che riunisce attorno ai due i presidenti di diverse istituzioni europee e il direttore dell'Fmi, alimenta l'idea di un complotto per mettere i paesi europei sotto la guida di un direttorio di ispirazione tedesca.

Ma è anche vero che dopo l'accordo del 26 ottobre sul debito greco, l'annuncio di un referendum in Grecia cancellava del tutto i deboli progressi fatti in direzione di una soluzione della crisi, e Papandreou, malgrado le sue qualità, si era screditato di fronte ai suoi stessi amici politici. Per quanto riguarda Silvio Berlusconi, che aveva da tempo dimostrato la sua incapacità personale e politica a governare, nessuno si può lamentare della sua decisione di cedere il posto a un uomo che ispira fiducia ai partner internazionali. Per troppo tempo ci si è lagnati della mancanza di una leadership in Europa, e oggi è difficile criticare Merkel e Sarkozy per essersi assunti la responsabilità di fermare l'accelerazione di una crisi che tutti giudicano pericolosa per l'esistenza stessa della costruzione europea.

Tuttavia queste misure di emergenza non cambiano la situazione. Da una parte si vede bene che la crisi continua a diffondersi e minaccia ormai la Francia e l'Austria, oltre alla Spagna e al Belgio. Dall'altra la diffidenza che provoca fra i 17 paesi della zona euro e gli altri dieci membri dell'Ue fa temere una prossima paralisi politica dell'Unione. In questo caso l'Ue sarebbe incapace a definire le linee per uscire dalla crisi e per creare un progetto politico in grado di rimediare al deficit democratico.

Sotto questo aspetto bisogna prestare attenzione alla crescente tensione fra la Germania e il Regno Unito, di cui si sono visti i primi segnali questa settimana. Nello stesso giorno Angela Merkel e David Cameron, in due discorsi diversi, hanno espresso due visioni dell'Europa assai contrastanti. La cancelliera chiede più disciplina, maggiore coordinamento e controllo, e si dichiara pronto a cedere parte della sovranità nazionale. Al contrario il primo ministro britannico preferisce “la flessibilità di una rete alla rigidità di un blocco” e vuole riprendere delle competenze che erano state delegate a Bruxelles.

In un'Unione in cui i governi non sanno per quanto tempo dureranno e in cui la sfiducia nei confronti della Germania aumenta, il dibattito necessario sul modello politico europeo si annuncia tempestoso. (traduzione di Andrea De Ritis)