Sta diventando un'abitudine. Un anno dopo aver suscitato vivaci proteste per una legge che aumentava il controllo del potere sui mezzi d'informazione, il governo ungherese di Viktor Orbán è nuovamente al centro di una controversia in Europa. Sotto accusa stavolta c'è la nuova costituzione del paese, appena entrata in vigore. Intanto l'esecutivo prosegue per la sua strada: ha modificato lo statuto della Banca centrale, riformato la legge elettorale e privato una radio vicina all'opposizione delle frequenze di trasmissione.

Esattamente come un anno fa, mentre aumenta il numero di coloro che chiedono l'imposizione di sanzioni per fermare la deriva autoritaria di Orbán, i leader europei non prendono alcuna posizione, la Commissione "studia" il da farsi e soltanto qualche deputato chiede un'azione concreta dell'Unione europea.

Dovremmo sanzionare l'Ungheria come abbiamo fatto con l'Austria nel 2000, quando l'estrema destra di Jörg Haider entrò a far parte della coalizione di governo? All'epoca i 14 partner di Vienna decisero di interrompere ogni contatto bilaterale e di non appoggiare alcun candidato austriaco per le cariche nelle istituzioni internazionali. Tuttavia le restrizioni durarono appena 9 mesi, durante i quali il cancelliere Wolfgang Schüssel resistette alle pressioni esterne. E l'estrema destra austriaca è rimasta al potere fino al 2007.

L'Ungheria pone un problema spinoso. Il sistema che sta prendendo forma – non c'è altro modo di definire l'insieme di misure destinata a rafforzare il potere di Fidesz, il partito di Orbán – non rispetta i valori fondamentali del progetto europeo. L'indebolimento metodico di tutti i contro-poteri, la vicinanza a Jobbik – partito di estrema destra che può addirittura contare su una propria milizia – e il ricorso a un nazionalismo ostile alle minoranze magiare e di altri paesi dell'Ue sono ragioni sufficienti per richiamare all'ordine Budapest.

Tuttavia non bisogna confondere il rispetto dei valori con i diritti derivanti dal consenso elettorale. Diversi elementi del programma di Viktor Orbán possono essere contestati, condannati o combattuti, ma rientrano comunque nello spettro delle posizioni politiche che ritroviamo in ogni paese europeo. La volontà di esercitare un controllo politico sui meccanismi monetari, per esempio, non è appannaggio esclusivo di Fidesz, e il ruolo della banca centrale è al centro del dibattito sulla crisi dell'eurozona. Il riferimento a Dio nella costituzione, il rifiuto del matrimonio omosessuale e la possibilità di limitare il diritto all'aborto sono posizioni conservatrici che ritroviamo altrove: il riferimento a Dio è presente nella costituzione greca, i matrimoni omosessuali sono vietati in molti paesi mentre il ricorso all'aborto è fortemente limitato in Irlanda, in Polonia e a Malta.

Se l'Ue vuole mantenere l'Ungheria di Orbán all'interno dei limiti della democrazia europea, deve scegliere accuratamente i propri obiettivi e il metodo da seguire, altrimenti rischia di ritrovarsi impantanata in due scenari pericolosi. Nel primo l'Ue potrebbe condannare Budapest con parole forti, salvo poi dover fare marcia indietro come accaduto in Austria, o al contrario esser costretta a forzare un'espulsione dell'Ungheria dall'Unione. Nel secondo scenario Bruxelles potrebbe finire con l'instaurare un sistema di due pesi e due misure, sanzionando il governo ungherese per scelte politiche che sono simili a quelle di altri governi. In fin dei conti, per quanto fosse evidentemente reazionaria, la Polonia dei gemelli Kaczyński non è mai stata messa al bando dall'Ue.

Il fatto che l'Ungheria sia un'isola linguistica e culturale al centro dell'Europa rafforza una pericolosa dialettica tra la tendenza del paese a considerarsi una fortezza assediata e l'incapacità dei paesi e dei popoli vicini di comprenderne il dibattito interno. Un motivo in più per l'Europa di restare vigile in difesa dei propri principi, ma allo stesso tempo chiara e pertinente nelle sue azioni.