Questa volta non si è parlato di vertice "dell'ultima spiaggia". Ma il Consiglio europeo del 30 gennaio avrà comunque conseguenze di grande rilievo. Venticinque stati dell'Ue – Regno Unito e Repubblica Ceca si sono dissociati – hanno adottato il trattato fiscale e di bilancio voluto dalla Germania e sostenuto dalla Francia.

Appena i primi 12 stati avranno ratificato il testo (che sarà firmato a marzo) ai paesi aderenti al trattato non sarà più consentito sforare il tetto dello 0,5 per cento per il deficit annuale, e andranno incontro a sanzioni automatiche se il deficit supererà quota 3 per cento. La politica economica di quasi tutti gli stati europei dovrà dunque rispettare criteri stretti e immutabili. È la logica conseguenza del trattato di Maastricht e dell'introduzione della moneta unica, un passo che i leader politici dell'epoca non avevano osato fare. Oggi però, a causa della difficile situazione economica, i capi di stato europei si sono avvicinati più che mai a un'Europa federale (o hanno ceduto un'altra buona fetta della loro sovranità nazionale, a seconda dei punti di vista).

La disciplina merkeliana alla fine l'ha spuntata, ma questo non vuol dire che la crisi dell'eurozona sia ormai superata. Il rischio di un fallimento della Grecia è ancora concreto, perché Atene, i creditori privati e la troika continuano ad accusarsi a vicenda, e ognuno chiede all'altro di compiere uno sforzo supplementare. La scoperta di un ulteriore buco da 15 miliardi di euro nelle finanze greche non faciliterà certo il buon esito dei negoziati, come anche la proposte tedesca – per il momento ufficiosa – di inviare ad Atene un commissario al bilancio e mettere dunque la Grecia sotto tutela.

Nel frattempo le agenzie di rating, Standard & Poor's in testa, non avranno la gentilezza di aspettare la ratifica del patto di bilancio prima di declassare nuovamente qualche economia dell'eurozona.

Tra l'altro il modo in cui l'accordo è stato raggiunto lascia l'amaro in bocca, e in futuro si annunciano nuove difficoltà. Non è certo una buona notizia che Londra e Praga abbiano preferito farsi da parte, anche se la politica interna ha giocato un ruolo fondamentale nella loro decisione. Un'Europa senza il Regno Unito è più debole sulla scena internazionale. Inoltre l'Europa centrale ha più che mai bisogno di solidità, e invece l'Ungheria si allontana sempre di più dalle regole comunitarie, la Slovacchia è travolta da uno scandalo di corruzione dalle conseguenze imprevedibili e la Romania ha appena cominciato a rivoltarsi contro l'austerity. In Irlanda le misure per evitare che il patto sia ratificato per via referendaria potrebbero avere rivelarsi controproducenti e minacciare il piano di salvataggio messo a punto nel 2010. In Grecia, infine, tutti quanti (tranne Angela Merkel e i negoziatori della troika) si sono resi conto che la popolazione si sta pericolosamente avvicinando al punto di rottura, quali che siano le colpe delle autorità greche.

In tutto questo la Germania continua a guidare l'Europa alla sua maniera, ormai libera dal legame con l'indebolito Sarkozy e reticente ad assumersi nuove responsabilità. Le conseguenze non sono soltanto economiche, ma anche culturali. Gli animi si scaldano, i toni s'infiammano e va sempre più di moda paragonare la Germania attuale a quella nazista o prussiana. Ben più insidiosa delle difficoltà economiche e sociali, questa tendenza (insieme all'affermarsi dei nazionalismi) è sempre più inquietante. E nessun patto di bilancio potrà fermarla.