È un dato di fatto: Angela Merkel è la donna più potente del mondo. E il suo paese il più potente dell'Unione europea, quello senza il quale nulla è possibile, in particolare quando si tratta di correre in aiuto dei partner in difficoltà. Per questo motivo l'evento della settimana – più che il discorso, peraltro importante, di José Manuel Barroso – è stata la decisione della Corte costituzionale tedesca sul fondo di salvataggio europeo.

Senza lo "Ja" dei giudici di Karlsruhe non ci sarebbe alcuna speranza per la Grecia, la Spagna o l'Italia. In altre parole la sorte di almeno 117 milioni di europei dipende dalla decisione di otto magistrati di un altro paese, in virtù di un processo che la maggior parte dei cittadini ignora. Questo deriva in gran parte da un'evoluzione della Germania, al tempo stesso nel suo funzionamento politico che nel suo rapporto con il mondo. Un'evoluzione che potremmo definire all'americana.

Così come l'attività o l'inattività americana hanno spesso avuto delle conseguenze sul cammino del mondo, anche l'Europa attuale vive al ritmo definito da Berlino. E così come il presidente americano è spesso ostacolato da un Congresso i cui voti dipendono da interessi strettamente nazionali, se non locali, e dalle pressioni delle lobby, anche la cancelliera deve sempre più tenere conto di un Bundestag i cui rappresentanti rispondono a logiche definite dai Länder, dai partiti e dai gruppi economici. Il deputato bavarese diventa per l'Europa quello che il rappresentante del Midwest è per il mondo: un parlamentare le cui scelte vanno ben oltre le sue frontiere, ma la cui Weltanschauung, la sua visione del mondo, si riduce sempre di più, al ritmo della sua irritazione nei confronti delle presunte mancanze degli altri europei.

Infine, così come la Corte suprema degli Stati Uniti è il giudice di ultima istanza degli scontri politici e culturali (sulla protezione sociale, sulle armi da fuoco, sull'aborto), la corte di Karlsruhe diventa il giudice di pace delle lotte di potere nella Germania federale. Questo può forse non essere una sorpresa nel paese di Jürgen Habermas, il teorico del patriottismo costituzionale, ma rappresenta un paradosso che va ben oltre il semplice caso della Germania.

In nome della democrazia i giudici sono chiamati a decidere su un dibattito politico, poiché chi si è rivolto alla corte riteneva che il Meccanismo europeo di stabilità (Esm) violasse la sovranità del parlamento, rappresentante del popolo, in materia di bilancio. Ma è in nome del diritto che si sono pronunciati, rispedendo la palla nel campo dei politici, poiché chiedono che il Bundestag si pronunci in caso di ulteriori contribuzioni all'Esm. Alla domanda fondamentale sul controllo democratico in Europa, i tedeschi rispondono con un equilibrio precario fra giudici e parlamentari, che esclude di fatto gli altri europei. Una decisione che ha comunque il merito di portare il dibattito fino in fondo.

Ormai è l'insieme dei deputati e dei dirigenti europei che deve raccogliere la sfida e stabilire un vero sistema di equilibrio dei poteri e di controllo per l'Unione europea. Per fare in modo che la Germania non diventi, come succede talvolta con gli Stati Uniti, al tempo stesso un leader riluttante (e chiuso su se stesso) e il capro espiatorio della nostra impotenza.