I prossimi giorni rischiano di rinnovare una grande tradizione europea, quella dei negoziati interminabili e rissosi sul bilancio. Il 22 e 23 novembre i leader dei 27, della Commissione, del Parlamento europeo e del Consiglio europeo si ritroveranno a Bruxelles per chiudere il prossimo “quadro finanziario pluriennale”, ovvero il budget Ue per il periodo 2014-2020. Intanto – segno che la sessione sarà probabilmente molto complicata – i funzionari, i diplomatici e i giornalisti si preparano già da adesso a restare nella capitale belga fino al 24 novembre, se non addirittura al 25.

Riassumiamo le tappe: a luglio la Commissione propone un budget da 1.025 miliardi di euro, con un aumento del 5 per cento rispetto al budget 2007-2013. Diversi paesi, guidati dal Regno Unito che intende difende lo sconto ottenuto da Margaret Thatcher, rifiutano di pagare un conto così salato in un momento in cui l’austerity spadroneggia un po’ ovunque. Cipro, a cui tocca in quel momento la presidenza a turno dell’Ue, propone un taglio di 50 miliardi. La soluzione di Nicosia non convince i paesi reticenti, ma in compenso preoccupa quegli stati – guidati dalla Polonia – che temono di perdere gran parte dei fondi strutturali. Il presidente del Consiglio Herman Van Rompuy propone allora una riduzione di 75 miliardi rispetto alla proposta della Commissione. La Francia, che si oppone al taglio del budget della Politica agricola comune, si aggiunge ai reticenti e agli inquieti e rifiuta alla proposta. La Germania, favorevole a un budget pari all’1 per cento del reddito nazionale lordo dell’Ue (e dunque vicino a quello proposto da Cipro) si propone come arbitro della discussione.

Nel mezzo di una crisi economica che non accenna a placarsi e si estende ai paesi più potenti dell’eurozona e a quelli più solidi fuori dal club dell’euro, l’elaborazione di un bilancio comune pluriennale avrebbe potuto essere l’occasione per pensare al futuro dell’Ue in modo più concreto rispetto alle istituzioni e più approfondito rispetto alla semplice imposizione dell’austerity. Ma il problema è che attorno al tavolo del Consiglio siedono leader che pretendono di fare gli interessi dell’Europa, quando in realtà sono armati di rivendicazioni puramente nazionali.

Naturalmente è legittimo studiare, contestare e negoziare l’ammontare e l’attribuzione di centinaia di miliardi, che tra l'altro provengono dalle tasche degli europei. Tuttavia dietro le somme che i negoziatori si preparano a disporre in formule e paragrafi complessi (cercando ognuno di salvare la propria faccia) si nascondono politiche essenziali che bisogna definire con precisione per i sette anni a venire.

Il bilancio dell’agricoltura, quello dello sviluppo regionale o quello dell’educazione e la ricerca stabiliscono la linea che l’Europa dovrà seguire per creare un’economia meno assetata di fertilizzanti ed energie inquinanti, per ridurre efficacemente le disuguaglianze territoriali, per reinventare una politica industriale che favorisca il continente nel suo complesso e per aiutare i giovani a uscire dalla crisi.

Piuttosto che riproporre lo spettacolo del mercanteggiamento notturno – come fecero a loro tempo Margaret Thatcher, Jaques Chirac e Gerhard Schröder – i leader europei dovrebbero dimostrare alla popolazione che sono in grado di pensare al futuro. Ormai restano pochi giorni, poi l’occasione sarà definitivamente perduta.