Lo sanno tutti, la storia è un eterno ritorno. Il problema è capire se gli uomini, e soprattutto quelli che ci comandano, sono capaci di imparare la lezione dal passato. La vicenda cipriota, che gli europei seguono con occhio distratto dall’estate 2012, ha improvvisamente accelerato negli ultimi giorni, quando una serie di colpi di scena ha fatto temere uno scenario “alla greca”, ovvero che la crisi finanziaria di un piccolo paese (Cipro rappresenta lo 0,2 per cento del pil dell’eurozona) possa destabilizzare il club dell’euro e sprofondare l’Ue in una nuova crisi sistemica. Il pericolo, stavolta, non viene dall’instabilità dei mercati e dalla speculazione, ma da un tabù infranto. Tassando i depositi bancari inferiori a centomila euro (la soglia sotto la quale sono garantiti in linea di principio) l’Eurogruppo, il governo cipriota e il Fondo monetario internazionale si sono assunti il rischio di una “bank run” (prelievo massiccio da parte dei correntisti) e di una condanna ancora più netta della loro gestione da parte di una popolazione che si senta sempre più oppressa. 

Valeva davvero la pena di correre questo doppio rischio economico e politico? In realtà i resoconti della riunione dell’Eurogruppo che si è tenuta a porte chiuse nella notte tra il 15 e il 16 marzo suggeriscono che i ministri delle finanze hanno dovuto risolvere una situazione che non aveva vie d’uscita soddisfacenti. Trovare la quadratura del cerchio era quasi impossibile, perché bisognava evitare il fallimento del sistema bancario di un paese senza un modello economico alternativo, salvare le banche cipriote senza far scappare i capitali russi, finanziarie localmente un piano d’aiuti che né l’Fmi né la Germania vogliono superiore ai 10 miliardi di euro e trovare il denaro alla svelta. 

Questa situazione è la conseguenza di anni di compiacenze e negligenze. Cipro ha adottato l’euro nel 2008, quando i suoi partner sapevano benissimo che la sua economia era dopata da denaro di provenienza spesso dubbia. Ma è anche vero che sono ormai passati dieci mesi da quando Cipro ha chiesto aiuto. All’epoca secondo le stime sarebbero bastati 3-4 miliardi di euro, mentre il piano concluso all’alba del 16 marzo ammonta a 10 miliardi di euro, a cui va aggiunta la famosa tassa sui depositi fissata per raccogliere 5,8 miliardi di euro. 

Oggi l’Europa paga per la sua pigrizia nell’affrontare la questione dei paradisi fiscali (che riguarda anche il Lussemburgo) e la sua pusillanimità nei confronti dei leader ciprioti (il comunista Dimitri Christofias  e ora il conservatore Nicos Anastasiades) che hanno perso tempo per non cambiare il modello economico dell’isola e per conservare la redditizia alleanza con Mosca. 

Come già accaduto con la Cina in Grecia, è arrivato il turno della Russia di offrire il proprio aiuto, con sullo sfondo lo sfruttamento del gas a largo dell’isola e i rapporti tra Mosca e l’Ue. Dato che utilizza Cipro come snodo per i suoi capitali offshore e porta d’ingresso nell’eurozona, però, la Russia è in realtà l’origine del problema. Un bel risultato per una piccola crisi. E pensare che dopo le scosse di tre anni fa credevamo di aver acquisito una certa saggezza.