A due anni dalla nascita del movimento degli “indignati", i Ventotto si sono finalmente accorti che in Europa c’è una bomba a orologeria pronta a esplodere: i circa sei milioni di giovani disoccupati del continente. Certo, è una bomba che fa parte di un dispositivo esplosivo molto più imponente – a maggio l’Ue contava complessivamente 26,52 milioni di persone senza lavoro — ma con il 23,1 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 25 anni disoccupati, la cifra è più che doppia rispetto alla media complessiva dell’Ue (11 per cento). Senza contare che nei paesi dell’Europa meridionale questa percentuale è talvolta addirittura doppia.

È da qui che nasce l’urgenza di fare qualcosa. A meno di tre mesi dalle elezioni legislative tedesche, una sorta di prova generale delle elezioni europee del maggio 2014, Angela Merkel pare essersene resa conto per prima, proprio lei che può in ogni caso vantare uno dei tassi di disoccupazione giovanile tra i più bassi del continente. La cancelliera ha infatti convocato a Berlino per il 3 luglio, pochi giorni dopo il Consiglio europeo dedicato a questo problema, una conferenza europea per affrontare la disoccupazione giovanile con misure concrete da adottare nel giro di pochi mesi. All'incontro hanno partecipato 18 capid i governo europei, insieme ai ministri del Lavoro e alle parti sociali. A mancare erano soltanto i giovani, che si sono dati appuntamento davanti alla sede della cancelleria su iniziativa del sindacato tedesco Dgb

e della Cgt francese per dar luogo a un “summit alternativo”. In questa circostanza, il Forum europeo dei giovani e i Consigli nazionali della gioventù di vari paesi hanno presentato le loro proposte alla Commissione e al Parlamento europei.

“Non capiamo perché non siamo lì dentro anche noi, con i ministri e premier”, ha detto al Financial Times Florian Haggenmiller, responsabile del Dgb per i giovani: “Parlano dei giovani, ma senza di loro. Noi pensiamo che le soluzioni si possano trovare soltanto parlando con noi”.

Difficile non essere d’accordo, tanto più che stiamo vivendo un periodo in cui il disagio dei ragazzi e delle ragazze europei è evidente nelle strade delle città e alle urne. Sarà dunque necessario attendere un nuovo picco di astensione e l’ascesa dei movimenti populisti in occasione delle prossime elezioni europee per convincere i dirigenti europei a parlare con i giovani?