La Bulgaria fa parte dei “dimenticati” dell’Ue. Per rendersene conto basta notare la scarsa attenzione dedicata dalla stampa europea alle manifestazioni che si susseguono nel paese da oltre 40 giorni, e in particolare agli scontri davanti al parlamento il 23 luglio. A quanto pare questo paese di 7 milioni di abitanti, situato al confine orientale dell’Ue ed entrato nel club nel 2007, non riveste un’importanza eccessiva per il resto del Vecchio continente. 

Eppure al centro delle proteste in Bulgaria c’è un elemento che dovrebbe preoccupare tutti gli europei e su cui si fondano l’Unione europea e i suoi valori democratici: lo stato di diritto e il suo rispetto da parte del potere. In Bulgaria, come sottolinea la Frankfurter Allgemeine Zeitung, “alcune consorterie provenienti dalla vecchia nomenclatura o dai servizi segreti comunisti hanno fagocitato un gran numero di istituzioni dello stato per poter condurre i loro affari in una vasta zona grigia che mescola politica, economia e crimine organizzato”. 

La cosa è ormai di pubblico dominio, come dimostrano i rapporti di valutazione dell’Ue sulla riforma della giustizia, la corruzione e la lotta al crimine organizzato. Tuttavia, a parte la sospensione di alcuni fondi europei, l’Ue non ha preso alcun provvedimento di rilievo per costringere le autorità bulgare a rispettare gli impegni presi durante il processo di adesione. La Bulgaria, tra l’altro, non è l’unico paese “problematico” all’interno del lotto. Anche la Romania, oggetto degli stessi rapporti di valutazione, ha un comportamento tutt’altro che impeccabile. Nel frattempo le riforme costituzionali introdotte dal governo di Viktor Orbán in Ungheria, spesso criticate dal Consiglio d’Europa, sono costantemente al centro dei dibattiti del Parlamento europeo. 

Il problema è che le discussioni che riguardano i tre paesi dell’est sono estremamente politicizzate. Orbán gode del sostegno incondizionato di gran parte del Partito popolare europeo (Ppe), mentre le sue posizioni protezioniste ed euroscettiche alimentano l’inquietudine dei liberali. L’ultima campagna elettorale romena è stata teatro di una lotta di influenza tra il Ppe, i socialisti e i liberali europei, mentre il capo del partito socialista bulgaro (attualmente al potere) Sergei Stanišev, è anche presidente del Partito del Socialismo Europeo (PSE), che non ha osato criticare le discusse nomine all’origine delle proteste. 

Come evitare una simile strumentalizzazione e difendere il rispetto dello stato di diritto in Europa? La creazione di un meccanismo di controllo indipendente, proposta dal deputato europeo Rui Tavares nel caso dell’Ungheria, è sicuramente un primo passo. Lo stesso si può dire dell’idea di “discutere approfonditamente, al di la dei problemi economici, il modo in cui gli stati membri applicano le regole dello stato di diritto e garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali”, attualmente allo studio della Commissione europea. Tanto quanto l’adesione alla moneta unica è subordinata al rispetto dei famosi criteri di convergenza del trattato di Maastricht, l’adesione all’Ue è subordinata ai criteri di Copenaghen, che riguardano anche  la democrazia e lo stato di diritto. Eppure gli stati europei, spinti dalla crisi del debito a rafforzare le sanzioni e la loro applicazione in caso di mancato rispetto dei criteri economici, hanno ancora un atteggiamento pusillanime quando si tratta di valutare e sanzionare la violazione delle regole dello stato di diritto. 

Le conseguenze di questo atteggiamento ambivalente sono emerse in modo eclatante all’indomani degli sconti di Sofia. In Grecia, paese sottoposto a un memorandum rigoroso in cambio di un aiuto finanziario, un partito neonazista che siede in parlamento ha potuto organizzare un assembramento nonostante un divieto delle autorità e suonare indisturbato l’inno nazista per strada. 

Dunque l’Ue dovrebbe imporre misure e sanzioni per l’organizzazione politica e istituzionale degli stati che ne fanno parte? Nel contesto attuale di sfiducia nei confronti di Bruxelles una simile ingerenza nella sovranità degli stati sarebbe un rischio, ma è proprio la tolleranza mostrata finora verso gli attacchi ai valori democratici che alimenta il rifiuto verso l’Ue, e nel caso di Bulgaria e Romania anche dei nuovi membri del club, che siano già entrati o siano ancora soltanto candidati. Il percorso verso la soluzione del problema è accidentato, ma potrebbe presto rivelarsi inevitabile.